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Carlo BRIZZOLARA

LA VITA È SPORT

Mattioli 1885

 

Per la maggior parte di noi la parola “sport” porta immediatamente a pensare al Tour de France o al campionato di calcio, ai mondiali o alle olimpiadi, alle gare importanti, ai divi delle varie discipline.

Ma c’è uno sport diverso e probabilmente molto più vero, quello che rimane sconosciuto ma che, lontano dalla notorietà e dalla ricchezza, offre prestazioni piene di slancio, di coraggio, di prova di sé, di sfida.

È lo sport che ci racconta Carlo Brizzolara, nato sul Taro, in Emilia, e trasferitosi sulle rive della Dora, a Ivrea, nel libro curato dai suoi eredi: “La vita è sport”.

Racconti di sport infantile, giocato nei cortili, sulle rive del fiume, nelle grandi sfide giovanili che sono rimaste impresse nei ricordi in un misto di nostalgia e di orgoglio. O lo sport della disperazione, quello dei tornei di calcio tra prigionieri nella guerra d’Africa, dove nasce anche il teatro, dove nascono i burattini che la nipote Francesca porta a conoscere con il suo spettacolo “Le teste di Pallino”. O lo sport di chi, in teoria, non avrebbe più l’età per gareggiare ma non vuole arrendersi ai canoni della normalità e preferisce farsi acciuffare dal canto dolce della canoa che scende sulle acque, anche quando quella voce da dolce si fa aggressiva, si fa urlo nelle cascate. Ma ci sono anche le donne emiliane, energiche e toste, che decidono di fare una corsa ciclistica in anni in cui una simile competizione provocava scandalo e contrarietà. Uno sport che è, come riteneva l’autore, uno straordinario metodo per allenarsi alla vita. E ci sono tante parole, quel gergo che in ogni zona è tipico dei giochi: i giochi sono simili o uguali ovunque, quello che li rende particolari sono i termini che li accompagnano, che ti fanno riconoscere il luogo dove sei nato e cresciuto. O i giochi inventati con quel poco che in quegli anni si aveva a disposizione e nei quali c’era soprattutto tanta fantasia, dove le biciclette erano “vecchi cerchi di ruota di bicicletta spinti da un bastoncino” e il bagno si faceva in un fiume “di pomodoro”. Ci sono quegli zii e quei nonni che la modernità ha fatto sparire ma che chi di anni ne ha ormai tanti sulla schiena riesce ancora a ricordare.

Racconti brevi ma pieni di ricordi, di delicatezza, di elegante e raffinata semplicità, dove la gioia e la tragedia si incontrano, come nella vita: leggere queste pagine è fare un tuffo in un passato non troppo lontano ma ormai chiuso e incontrare momenti particolari di una persona dotata di una incredibile capacità di vivere e di raccontare, di coinvolgere e di ricordare.

gabriella bona

 

 

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