LEGGERE E SCRIVERE pochi modesti suggerimenti frutto di anni di ragionamenti
Attorno ai cinque o sei anni si incomincia a insegnare ai bambini a leggere e scrivere. Il percorso di insegnamento sarà molto lungo e affidato dapprima a genitori e insegnanti. Poi, con il passare degli anni, sempre più all’indole personale, all’entusiasmo nel procedere su un percorso difficile ma entusiasmante, alle letture frequentate e all’esercizio nella scrittura.
Dapprima impariamo a decifrare i singoli segni, le lettere dell’alfabeto, e a riprodurle. In seguito, a scrivere e a leggere intere parole, alle quali seguiranno le pagine, sempre in crescendo. Talvolta capita di confondere i piani e i livelli: saper leggere e scrivere, cioè interpretare i segni, non vuol dire anche riuscire a capire il senso di ciò che si legge. Da indagini effettuate da studiosi del campo, risulta che ancora oggi molte persone non sono in grado di interpretare articoli che appaiono sui nostri giornali. Sono ancora meno quelli che riescono a comprendere il significato di testi più raffinati o specialistici.
Mi è capitato di incontrare una persona che si è offerta di imprestarmi un libro di Orhan Pamuk che le era stato regalato ma, mi disse, non le piaceva. Quando ho cominciato a leggerlo, mi sono accorta che c’erano molte parole sottolineate. Mi sono chiesta perché le avesse segnate. Pensavo che fossero parole che non conosceva ma, quando ho trovato il segno di matita anche sotto termini abbastanza comuni, ho dedotto che il senso di quei segno doveva essere un altro. Ho letto il libro e, quando glielo ho riconsegnato, le ho chiesto il senso dei segni. Sì, era proprio così, erano le parole di cui non capiva il significato. Ma, purtroppo, non aveva pensato di andarle a cercare su un vocabolario. È normale che non ci piaccia un testo che non capiamo: le parole scappano da tutte le parti, non riusciamo a seguire il senso del discorso, ci annoiamo a veder sfilare davanti a noi segni che riusciamo a interpretare nella forma ma non nel contenuto. Sappiamo leggere al primo livello, non riusciamo ad arrivare al secondo.
Avevo 17 anni nel 1968 e molti amici, più grandi di me ed educati a leggere molto (io arrivavo da una famiglia nella quale non si leggeva e avevo frequentato
Poi ognuno di noi, diventato adulto, sceglierà un settore preferito, cercherà di superarsi su certi argomenti, si renderà conto che il sogno di correre dietro a tutte le cose che interessano confligge con la finitezza delle nostre giornate e dei nostri anni e deciderà.
Ma la voglia di crescere è parallela a quella di capire, di saper leggere e scrivere in modo diverso, ogni giorno un poco più alto del precedente.
Scrivere ha poi livelli ancora diversi dal leggere: qui i fattori che si incontrano e si incrociano sono differenti e certamente comportano un lavoro ancora maggiore. La scelta del termine adatto per esprimere un concetto, del ritmo appropriato a quello che si desidera comunicare, l’uso della punteggiatura, la necessità di disporre di un ampio vocabolario per non appesantire la lettura.
Blaise Pascal scrisse un giorno a un amico: “Scusa se ti ho scritto una lettera lunga, ma non ho avuto il tempo per scriverne una corta”. Per riuscire a comunicare bene, bisogna prima di tutto avere ben chiaro in testa che cosa si vuole scrivere e tenere conto della persona a cui si indirizza lo scritto. La brevità del testo è indice di un lungo ragionamento precedente (che bisogna avere il tempo e i mezzi per fare) e di una padronanza degli strumenti di scrittura.
Per arrivare a quel punto sono necessarie due cose prima di tutto. La prima è aver letto molto, aver capito come scrivono gli altri e qual è il modo più incisivo e piacevole di scrivere. Tutto si impara e la scrittura si impara leggendo molto e ovunque, pescando nella narrativa e nella saggistica, nei manuali e nei fumetti, nei racconti di viaggio e nelle biografie. La seconda attività che, se frequentata con assiduità e costanza, porta a una scrittura di alto livello è l’esercizio: scrivere e riscrivere, avere il coraggio di buttare tutto ciò che non riteniamo abbastanza buono per essere conservato (lo dice Garzía Márquez e mi sembra che si possa concordare, visti i suoi risultati). Un pericolo enorme deriva dall’affezionarsi ai propri scritti, ritenerli una parte essenziale di sé, non rendersi conto che è lo scrivere che ci forma (come persone e come scrittori), che se quel pezzo di noi non ci piace, non dobbiamo tenerlo ma metterlo nel cestino della carta straccia e riprovare, sullo stesso argomento o su altri, in una nuova costruzione della nostra struttura. Lo scrittore peggiore è lo scrittore narcisista, quello che si innamora di sé e dei propri segni lasciati sulla carta, fino a negarsi la possibilità di crescere, di cambiare e di migliorare.
Immaginiamo la lettura e la scrittura come una di quelle opere di Escher in cui persone salgono e scendono mentre le scale si intersecano. Salire e scendere (come tornare indietro e riprovare ma anche come iniziare nuovi percorsi, sperimentare) nel continuo tentativo di migliorare, di arrivare a quel livello che ci appare troppo in alto ma che, una volta raggiunto, non potrà che darci stimoli per arrivare a quello successivo.
"Non so a che livello sono, né su quale rampa delle scale. Ma so che scrivere e leggere sono da moltissimi anni la mia passione, che la ricerca della parola, della frase, del ritmo, di una comprensibilità che sia anche eleganza di scrittura, sono gli obiettivi che mi sono data e che quotidianamente perseguo. E ogni volta che leggo un libro scopro qualche cosa, in positivo o in negativo, che mi serve e mi arricchisce. Ho scoperto che la costanza, in questo come in ogni altro lavoro, è alla base dei piccoli passi che ci portano alla scalata dei diversi livelli delle parole leggere e scrivere.
gabriella bona
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