LABORATORIO SULLA SCRITTURA
gabriella bona
CHI SCRIVE
Se provate a chiedere ad amici, parenti, colleghi se scrivono, se hanno mai sognato di pubblicare un libro, quasi sempre vi sentite rispondere che “no, io no, ma mio fratello, mia cugina, la vicina di casa di mia nonna, il fidanzato della panettiera, l’amico del postino, loro sì che scrivono e, anzi, avrebbero proprio bisogno di qualcuno che abbia voglia di leggere il loro romanzo, i loro racconti, le loro poesie”.
Insomma, molti scrivono e pochi hanno il coraggio di dirlo.
Molti hanno il romanzo, il racconto, la poesia, chiusi nel cassetto e aspettano l’occasione giusta, e chissà come mai farà ad arrivare un editore a trovare il loro lavoro così ben nascosto.
Molti, invece, scrivono e spediscono. Agli editori, naturalmente, al primo che capita (1), guardando la guida del telefono, girando per gli stand delle fiere del libro. Poi si aspettano che il loro lavoro sia letto in tre giorni e al quarto di ricevere la lettera in cui la loro opera viene definita il capolavoro del secolo. Non succede mai e spesso si offendono.
Poi, ci sono quelli che sanno davvero scrivere, che sono bravi e meriterebbero di essere pubblicati. Sono pochissimi e i loro lavori spesso finiscono in una pila altissima e mai letta (2), dimenticata su qualche scrivania polverosa; oppure scrivono di argomenti che hanno poco mercato e allora il libro se lo devono pagare, anche se gli editori sono bravi a studiare formule che permettono all’editore di non dover dire che l’hanno fatto pagarle e agli autori di non dover ammettere di essere scrittori che pubblicano a pagamento, quelli che Umberto Eco ha definito scrittori Aps (a proprie spese) (3).
Insomma, ci vuole una grande fortuna per riuscire a scrivere e a pubblicare, a diventare una scrittrice o uno scrittore. Ma, prima di tutto, bisogna capire alcune regole di base.
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(1) Silvia Pertempi nel saggio “Romanzi per il macero” analizza i manoscritti (romanzi e racconti) inviati a Donzelli, casa editrice che da anni pubblica soltanto poesia e saggistica.
(2) Quella che Will Ferguson nel divertente e acuto romanzo “Felicità®” definisce “la pigna purulenta”.
(3) Vedi anche: Pat Walsh in "78 ragioni per cui il vostro libro non sarà mai pubblicato e 14 motivi per cui invece potrebbe anche esserlo, Silvia Ognibene in “Esordienti da spennare” e Davide Musso in “Voglio fare lo scrittore”.
QUANDO SI SCRIVE
Per poter cominciare a scrivere bisogna aver letto tanto, tanto e ancora tanto. E aver letto con attenzione, badando non soltanto alla storia che viene raccontata ma anche a tutto quello che la contorna: la scelta dei vocaboli, lo stile, il ritmo, la punteggiatura, la grammatica.
Avendo letto manoscritti per più di due anni, mi sono resa conto che spesso le persone si mettono a scrivere quando pensano che la storia che gli è successa sia di interesse generale. Molte volte non è vero: l’accaduto può essere importante per quella persona ma ci si dovrebbe fermare un attimo e chiedersi a chi altro può interessare, quante persone possano essere disposte a leggere quella storia, a sorbirsi fatti e personaggi assolutamente comuni e per giunta pagando per poterla leggere (i libri costano!). C’è chi scrive la storia con la propria madre (è un classico) perché tutti sappiano quanto è stata buona (pochi) o cattiva (molti), chi vuole farci sapere quanto è stato difficile seguire la malattia di un proprio caro e accompagnarlo a una morte serena, chi (e sono sempre la maggior parte) vuole che sappiamo del loro amore, di un amore tanto grande e tanto bello come non era mai successo a questo mondo.
Peccato che molto spesso queste storie siano senza spessore, scritte in modo sciatto, prive di punteggiatura o con punteggiature bislacche (so che esistono le virgole e ne metto un po’, qui e là, giusto perché non pensino che non le so usare) che rendono le frasi illeggibili. Peccato che di stile non ce ne sia nessuno e dopo la seconda pagina non sia possibile proseguire, pena una crisi isterica. Peccato che i vocaboli usati siano sempre gli stessi, che il verbo non concordi con il soggetto e il sostantivo con l’aggettivo, che la grammatica sia spesso paurosamente maltrattata.
Non hanno mai letto un libro, ne hanno letti pochi, eppure “sanno” scrivere perché “se lo sentono dentro”.
Dentro abbiamo un fegato, una milza, uno stomaco e anche un cervello che riesce a elaborare frasi, storie, racconti soltanto se è stato ben nutrito, così come possiamo crescere o mantenerci vivi e in forma soltanto se il nostro stomaco ha ricevuto del cibo e l’ha trasferito agli organi che sanno trasformarlo in muscoli, sangue e tutte le altre cose che ci servono per tenerci in piedi.
Ho incontrato un giorno un signore che si definiva un poeta e che mi ha chiesto come mai si pubblica così poca poesia. Gli ho risposto che ci sono pochi lettori di poesia e che, come per gli altri beni, c’è una domanda e un’offerta: se nessuno compera, nessuno pubblica.
“Lei, naturalmente,” gli ho detto, “leggerà molta poesia, ma siete pochi.”
“Bah,” mi ha risposto, “leggere poesia… Un amico mi ha regalato un libro di Paolo (sic!) Neruda, ne ho letto qualche pagina ma non mi è proprio piaciuto. Poi un cugino mi ha regalato un libro di Montale ma o io sono un cretino o quello non sa proprio scrivere!”
Avrei voluto dirgli che era lui il cretino ma sapevo che non sarebbe servito. A me, invece, il suo discorso è servito per capire meglio. Purtroppo.
Un altro signore mi ha chiesto se avevo voglia di leggere un suo romanzo (il fatto che dal 1989 faccia recensioni di libri evidentemente mi dà il titolo per valutare anche gli inediti): aveva letto un libro di un autore (al quale tra le altre cose hanno pure dato un Nobel) e non gli era piaciuto. Così aveva provato a riscriverlo e, secondo lui, quello che aveva prodotto era molto meglio. Ma ti pare il modo di presentarti? Ma non pensi di fare un po’ la figura dello sbruffone? Non lo ho ancora letto e spero che non torni alla carica.
Piccoli trucchi, quando dovete presentarvi a qualcuno, che imparerete soltanto leggendo tanto tanto, rileggendo le cose che avete scritto a distanza di tempo e come se fossero di altri, dandovi la possibilità di aver scritto delle cose brutte o non abbastanza belle da essere conservate.
COME SI SCRIVE
Buttare, tutto ciò che riteniamo migliorabile: lo ha scritto Garzía Márquez e direi che possiamo dargli retta!
Penso che sia l’unica regola da tenere sempre presente. Per il resto, ognuno scrive a modo suo e tutti sono accettabili, proprio perché personali.
C’è chi, appena ha un’idea, la scrive sul biglietto del tram, sul quaderno degli appunti, sulla prima cosa che capita, purché non vada perduta.
C’è chi lascia che le idee frullino liberamente per la testa, senza appuntarle, convinto che se l’idea è buona rimarrà lì a svolazzare fino al momento giusto e che le altre si perderanno perché non erano un granché e l’autore e l’umanità non avranno certamente perso qualche cosa di unico.
C’è chi al primo spuntare di un soggetto si mette al computer (anche se c’è ancora chi scrive a mano o con la macchina per scrivere) e tenta, da quel barlume, di trarne una storia.
C’è chi si mette davanti al foglio (o allo schermo) vuoto e bianco convinto che l’ispirazione prima o poi arriverà.
C’è chi scrive in fretta, senza badare alla grammatica, alla sintassi, alla punteggiatura, per non perdere l’ispirazione e chi si ferma di colpo, corre a prendere il vocabolario per controllare una parola, perché non riesce proprio ad andare avanti se gli è venuto il dubbio tra “sopramobile” e soprammobile”.
C’è chi scrive al tavolino del bar e chi soltanto nel più profondo silenzio, chi di giorno e chi di notte, chi ovunque.
Non sono queste le cose importanti, anche se spesso chi ha un’impostazione la vede come l’unica, la più produttiva, quella adatta a tutti. Scriviamo un po’ come ci pare: è soltanto l’abitudine, sono soltanto i risultati, quello che ci dirà qual è il metodo più adatto alle nostre esigenze e alla nostra scrittura.
Chi scrive con la speranza di una pubblicazione è spesso condizionato dalla paura di non fare bella figura presso il lettore della casa editrice che dovrà filtrare il suo lavoro, che dovrà decidere se la sua opera merita di essere pubblicata o cestinata. Ecco allora che la cosa più importante diventa il mettere in evidenza, con sottili trucchi, il proprio lavoro. Ma lo scrittore alle prime armi dovrebbe sempre tenere in conto che il lettore a cui viene destinato il suo lavoro per una valutazione non sarà sicuramente alle prime armi, sarà una persona che ha letto moltissimo e che quei trucchi li rileverà con estrema facilità. “Niente trucchi da quattro soldi” di Raymond Carver è una miniera di consigli per aspiranti autori, un libro che chi spera di veder pubblicati i propri scritti non può assolutamente non leggere.
“Non mi piacciono i trucchi. Il racconto deve essere onesto, ben raccontato. Non importa se dentro c’è una storia d’amore o quel che sia”. Onestà, una parola che sembra fuori luogo in questo campo e che invece è molto pertinente: chiediamoci prima di tutto se ci sembra di essere stati onesti, verso di noi, verso chi speriamo ci legga.
Uno dei trucchi più comuni è quello di usare parole rare, forme arcaiche o acrobatismi linguistici: spesso risultano fastidiose isolette in un mare di scrittura piatta e banale e quello che doveva risultare il frutto di una profonda cultura emerge come una collezione di parole registrate all’unico scopo di nascondere la propria ignoranza lessicale. È ancora Carver che ci mette in guardia: “Gli scrittori inesperti spesso si sentono obbligati a usare parole che hanno pescato qua e là e che ‘sono belle’ sulla carta.”
Un altro trucco che spesso si adotta per fare bella figura è quello di usare troppe parole, di infarcire le frasi di aggettivi inutili, di aumentare il numero dei vocaboli per evitare un racconto troppo breve. Non esiste una misura precisa: tutto dipende da quello che vogliamo dire. Sicuramente ogni parola inutile diventa fastidiosa e il consiglio di Carver è che “se si può dire in quindici parole invece che in venti o trenta, allora dillo in quindici parole”. Ma lo stesso concetto lo ritroviamo nel libro di Arthur Schopenhauer “Sul mestiere dello scrittore e sullo stile”: “In questo senso dice Voltaire: ‘l’adjectif est l’ennemi du substantif’. Purtroppo, molti scrittori cercano di nascondere la loro povertà di pensieri proprio sotto la sovrabbondanza di parole”. Ma, continua Schopenhauer, “tutto ciò che non è indispensabile nuoce all’efficacia”.
Non basta avere idee buone, una bella storia da raccontare (a parte che spesso riteniamo che le nostre idee siano buone e la nostra storia bella da raccontare anche quando non è affatto vero!) ma bisogna saperla raccontare.
PER CHI SI SCRIVE
Nonostante molti pensino che si scrive così, per chi leggerà, senza crearsi un pubblico di riferimento, nessuno scrive se non ha davanti a sé una persona o un gruppo di persone, con le quali vuole comunicare, dalle quali vuole essere letto e capito (4).
Si scrive perché si hanno delle cose da dire ma a qualcuno ben identificato. Poi ci sono quelli che verranno letti da poche persone e quelli che avranno milioni di lettori, ma tutti hanno scritto a qualcuno di particolare. Scrivere è un modo per comunicare e così, come quando impostiamo un numero per telefonare, verifichiamo che ci sia qualcuno che ascolta quando vogliamo parlare, teniamo presente una persona o alcune persone quando vogliamo metterci a scrivere.
Anche chi scrive un diario, il più segreto di tutti, che lo tiene sotto chiave nel più nascosto dei cassetti, spera che un giorno qualcuno lo legga. Dopo la sua morte e scopra così tante cose, chissà quali, ma indirizzate a questa o a quella persona.
Un atteggiamento che sicuramente le persone sapranno apprezzare è che ciò che abbiamo scritto sia scritto bene, con attenzione, con proprietà, che sia offerto come un regalo. O come un insulto, al limite, ma se deve essere un regalo o un insulto, le parole devono essere quelle giuste: non sciupiamo un regalo mettendolo in una confezione brutta e sporca, non sciupiamo un insulto rendendolo ridicolo.
Se, quando ci mettiamo a scrivere stiamo pensando a una persona e dopo un po’ ci sembra che il destinatario sia cambiato, probabilmente anche lo stile e il ritmo saranno diversi. È importante capire se questa difformità sia un vantaggio o uno svantaggio per il testo, se la parte precedente abbia ancora una ragione di esistere e in quella forma oppure no.
L’immaginario lettore sarà colui che darà forma a ciò che si scrive e l’autore saprà quale è il suo obiettivo. Stupire o comunicare.
Vorrà stupire e allora scriverà in modo complicato, pieno di preziosismi spesso incomprensibili, parole astruse, concetti ostici. La lettura sarà difficoltosa ma spacciata per sperimentazione, nel tentativo di confondere, di creare aspettative, di fare “bella figura” a poco prezzo.
Se, invece, l’obiettivo è quello di comunicare, allora scriverà in modo chiaro: “Chi ha da dire qualcosa che valga la pena di essere detto non ha bisogno di celarlo dietro preziosismi, frasi difficili e oscure allusioni, bensì può enunciarlo in modo semplice, chiaro e ingenuo, essendo sicuro che non fallirà l’effetto”, leggiamo ancora in Shopenhauer. E Carver rincara: “Quella di farsi capire è una premessa fondamentale da cui qualsiasi buono scrittore deve prendere le mosse o, piuttosto, una meta da prefiggersi”.
(4) Piero Bianucci, in “Te lo dico con parole tue” offre un’ampia panoramica sull’argomento.
LO STILE
Ognuno ha il proprio modo di essere, in qualsiasi cosa faccia. Non tutti i modi di essere, però, possono essere considerati degli stili.
C’è molta imitazione, ci sono delle accozzaglie di cose mal mangiate e peggio digerite che non sono piacevoli in nessun campo.
Lo stile è quel qualche cosa in più che ci distingue dagli altri, che permette di riconoscerci anche in cose e situazioni molto simili.
Chi ha letto molto poco, facilmente ricalca lo stile altrui senza, tra l’altro, avere che pochissimi strumenti per reinterpretarlo. Anche senza arrivare al plagio, chi ha letto un solo autore o pochi e li ha trovati talmente belli da far nascere la voglia di scrivere, probabilmente userà (e in tono decisamente più basso) le parole, i temi, le strutture che ha letto.
Per poter arrivare a uno stile proprio è necessario aver letto molto, autori di ogni genere, averli assimilati e aver saputo collegare tutte le letture, per quanto lontane tra loro. Poi, molto tempo dopo, quando si è riusciti a capire quali sono gli aspetti che si sono trovati più suggestivi, più vicini alla propria capacità di esprimersi e alla propria idea di scrittura, è possibile provare a proporre qualche cosa di proprio. La cosa più importante è cercare di non imitare qualcuno che ci è piaciuto particolarmente ma inventare, grazie a quello, qualche cosa di nuovo e diverso.
IL RITMO
Quando parliamo abbiamo a nostra disposizione infiniti strumenti: possiamo alzare e abbassare la voce, creare delle pause, alzarci, sederci, fare gesti con il viso, il corpo, gli arti, possiamo imitare la voce altrui, ridere, piangere, usare oggetti, giocare sull’abbigliamento, sul trucco, sulla pettinatura.
Quando scriviamo abbiamo davanti a noi un foglio (di carta o elettronico), quelle poche lettere che l’alfabeto ci offre e la punteggiatura.
Con queste poche e piccole cose dobbiamo riuscire a creare quello che vorremmo raccontare.
La capacità di dare alle nostre parole una vita, una vivacità, dipende dall’uso che facciamo delle virgole, dei dialoghi, della disposizione delle parole sul foglio.
Non è facile, troppo spesso di fronte ai manoscritti (e purtroppo anche a molti libri) ci sembra di sentire una lunga litania, di osservare l’elettroencefalogramma di un moribondo, la noia ci assale fin dalle prime righe e non riesce ad abbandonarci per tutto il testo.
Molte persone se ne rendono conto e tentano con strani espedienti di mettere un riparo: stanno scrivendo un racconto d’amore e ci mettono insieme un po’ di sesso spinto (5), stanno scrivendo un romanzo sui giovani e vanno pesante con insulti e parolacce: questo non è ritmo. Spezza, è vero, il piattume della narrazione ma in modo forzato e fastidioso.
Il ritmo deve nascere dalla conoscenza di ciò che si sta raccontando, dall’entusiasmo con cui lo si vuole raccontare, dal piacere che vogliamo veder nascere negli occhi di chi sta leggendo.
E, soprattutto, dalla lettura di moltissimi libri, con l’attenzione puntata su che cosa ci permette di continuare a leggere non soltanto non annoiandoci ma mantenendoci svegli fino a tarda ora per il piacere di leggere ancora qualche pagina.
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(5) Jonathan Franzer in “Come stare soli” sottolinea questa volgarità dilagante e come “la riservatezza è diventata una virtù obsoleta”.
GRAMMATICA, SINTASSI, PUNTEGGIATURA
Ci sono molte persone, e spesso non è colpa loro se non hanno potuto frequentare una scuola o una scuola seria, che hanno basi grammaticali molto precarie.
Leggendo molto si può ovviare a questo inconveniente, soprattutto con la pazienza di andare a cercare sul vocabolario tutte quelle parole che non si conoscono o del cui significato non si è sicuri, lasciando che la struttura della frase entri gentilmente nel cervello sostituendo cattive abitudini della lingua parlata, facendo attenzione a come si scrivono le parole, a come si coniugano i verbi, a come si usa la punteggiatura.
È sparito il punto e virgola: ormai chi lo usa rischia di passare per un vecchio parruccone o un burocrate. Ma tutti i segni di punteggiatura sono importanti per creare quel ritmo di cui si diceva. Più ce ne sono meglio è e usarli tutti dimostra soltanto intelligenza.
Spesso i manoscritti arrivano nelle mani delle persone destinate a leggerli pieni di errori, di parole usate senza conoscerne a fondo il significato, in un’immagine di trascuratezza che mal dispone alla lettura.
Altre volte c’è soltanto l’impressione di una fretta eccessiva, di un “intanto poi c’è qualcuno che corregge”, di un “di fronte a un simile capolavoro non si formalizzeranno certo per una doppia mancante o per una virgola mal posta”. Quelli che leggono, forse perché molto spesso preferirebbero leggere un bel libro piuttosto che un brutto manoscritto, sono abbastanza suscettibili e questa supponenza dei manoscrittori la vivono male. Bisogna tenerne conto!
Un ultimo consiglio: fate attenzione al carattere si stampa. Ho visto manoscritti che volevano sembrare capolavori di ricercatezza, scritti in caratteri svolazzanti. Sono difficili da leggere, stancano la vista e, regolarmente, finiscono in fondo alla pila.