MA IL PALLONE DOV’È?

 

Il professor Burzi ha deciso che quest’anno deve assolutamente vincere il campionato interscolastico.
Dal prossimo anno sarà in pensione, dopo quasi quarant’anni di onorata carriera di professore di matematica nelle scuole medie inferiori e non è mai riuscito a vincere il campionato. Ha visto i suoi ragazzi arrivare per quattro volte secondi, tre volte terzi ma non ha mai avuto la soddisfazione di vederli sul gradino più alto, al momento della premiazione, con la medaglia d’oro al collo.
Le medaglie non sono di vero oro, si sa, ma lo sguardo di quei fanciulli imberbi, quando si alza la bandiera della loro scuola, è assolutamente lo stesso degli atleti olimpici, quando sventola la bandiera del loro stato e al collo hanno una medaglia di metallo prezioso. Ma qual è il ragazzino che, mentre il sindaco della città, o l’assessore allo sport, premia gli atleti non si immagina grande, atleta famoso, a una premiazione importante? La fantasia e la voglia di farcela sono quelle che aiutano qualcuno a proseguire, ad arrivare in alto. Se te ne manca uno o l’altra, non c’è niente da fare.
E il professor Burzi è stufo di fare l’allenatore fallito, dopo essere stato un calciatore fallito, un ciclista fallito e un tennista fallito. A lui, quando era piccolo, non erano mancate né la fantasia né la voglia di farcela, gli era mancato il fisico e una famiglia che lo appoggiasse nei suoi desideri di carriera sportiva. Questa è l’ultima occasione e deve farcela. Assolutamente.
Ha deciso che le partite di allenamento con le altre classi della stessa scuola, ce ne sono molte come in tutte le scuole dei preti, non sono abbastanza. Soprattutto perché permettono agli avversari di conoscere i difetti della sua squadra e allestire una squadra che giochi proprio su quelli. Quindi, ha chiesto al preside, che conosce da anni e con il quale ha un buon rapporto di amicizia, di dargli una classe di ventidue ragazzini: riuscirà a fare due squadre che si affronteranno nella più assoluta clandestinità e solidarietà, potrà scoprire, cambiando ogni volta gli elementi delle due formazioni, quale sarà la squadra da mandare in campo per vedere, finalmente, la vittoria in finale.
Ha visto troppo spesso le facce depresse dei secondi e quelle contente dei terzi, adesso vuole vedere le facce felici dei primi.
Ha anche fatto uno studio su questa cosa che sembra così strana, che i terzi siano sempre più contenti dei secondi e ha proseguito il suo studio analizzando anche i podi delle gare importanti, mondiali, europei, olimpiadi. Nei cento metri l’umore è diverso, ma quando ci sono sfide dirette, tutto cambia: alla premiazione arriva una squadra (o una persona, come nella scherma, per esempio) che ha appena vinto una finale ed è felice e una che l’ha appena persa ed è, naturalmente, depressa. Al terzo posto c’è una persona o una squadra che esce da una finalina che ha vinto, permettendole di ottenere l’ultimo posto disponibile sul podio, e quindi la contentezza è normale, giusta e giustificata.
Le regole per la formazione delle due squadre è stata stabilita all’inizio dell’anno su una logica di giustizia e di equità, doti che hanno sempre guidato ogni azione, scolastica, sportiva e umana del professor Burzi.
Sulla cattedra viene posto il barattolo del caffè che funge da urna e nel quale ci sono ventidue cartoncini, ognuno col nome di un allievo e i primi due sorteggiati saranno i capitani di quella partita e potranno scegliere i compagni di squadra. Il secondo estratto sbuffa sempre: toccherà a lui rimorchiarsi Corrado.
La paura del professor Burzi, all’inizio dell’anno scolastico era che ci fosse, tra i ventidue elementi assegnati alle sue cure, qualche ragazzo che, per un motivo o per l’altro, non poteva giocare a calcio. Quindici dei ragazzi, infatti, erano quelli dello scorso anno ma sette erano nuovi, chi perché era stato bocciato e chi perché aveva cambiato scuola o città. Ma quando se li era visti davanti aveva tirato un sospiro di sollievo: tutti idonei per le lezioni di educazione fisica e in ordine, almeno all’apparenza, con gambe, braccia e teste al posto giusto.
Poi, però, al momento della prima prova, del primo allenamento vero, si era scoperto che Corrado non ci vedeva. Non era cieco ma quasi. Lui voleva giocare, era un ragazzino vispo e pieno di buona volontà, con una impressionante capacità di fare amicizia con tutti, pur essendo sbarcato in città da soltanto due mesi sembrava lì da sempre, aveva già scoperto tutte le storie, le stradine strane, gli hobby principali dei cittadini e a scuola andava d’accordo con tutti, compagni e insegnanti, preside e bidelli. Voleva giocare con gli occhiali e la cosa non era possibile, pericolosa per lui e per gli altri. Ne aveva già spaccati tre paia e Giorgio si era anche tagliato cadendo sui cocci di una lente perduta e calpestata.
Così aveva cominciato a giocare senza occhiali ma il pallone non lo vedeva più. In realtà non riusciva più a vedere neanche i compagni, confondeva le maglie che, nonostante fossero blu scuro le une e gialle le altre, per lui non rimanevano che vaghe forme vaganti. E vedeva il pallone anche quando non c’era. La paura di prenderlo in faccia era spaventosa e spesso lo si vedeva rannicchiarsi con le mani sul viso, in un atteggiamento improvviso di difesa che aveva già provocato infiniti incidenti: l’ala della sua squadra o degli avversari stava correndo sulla fascia, in un rapidissimo contropiede, quando improvvisamente Corrado si arrotolava su se stesso perché un piccione era passato sopra il campo e lui aveva creduto che fosse il pallone che si stava indirizzando assassinamene sul suo naso. Così l’ala finiva contro l’improvviso ostacolo creando un gomitolo di gambe, braccia e arti vari anche perché spesso non era soltanto uno quello che cadeva, c’erano stati gomitoli ben più contorti, con cinque o sei ragazzini coinvolti.
Avere Corrado in squadra era un dramma e lo sbuffare del capitano secondo estratto era assolutamente giustificato. Peccato fosse così simpatico, che non avesse nessun difetto che permettesse di odiarlo, di prenderlo a calci mentre correva inutilmente su e giù per il campo, qualche volta anche fuori dal campo, finché un compagno non andava a recuperarlo nel prato delle altalene e degli scivoli dove finiva regolarmente, intanto non avrebbe mai capito da chi fosse arrivato il calcio sullo stinco o giù di lì, visto che per lui compagni e alberi, palloni e piccioni erano soltanto entità vaghe, senza contorni precisi. E poi c’erano le torte della sua mamma, una bellissima signora ricca che, al contrario di tutte le altre mamme, non lavorava e poteva andare a vedere i ragazzini che si allenavano e offrirgli, a fine partita, una delle sue monumentali torte di frutta e bibite a volontà. La accompagnava al campo un autista alla guida di una splendida ed enorme automobile, un signore altissimo ed elegantissimo che apriva la portiera alla signora e poi scaricava i pacchi per il rinfresco. Loro l’avevano sempre chiamata merenda, ma la signora e Corrado dicevano quella parola che non avevano mai sentito ma che era velocemente entrata nel loro vocabolario, anche perché di torte così non ne avevano mai mangiate.
E Corrado correva, si accasciava, urlava contro un pallone o un piccione e qualche volta anche verso qualche cosa che soltanto lui si era immaginato e passava da una formazione all’altra, da un capitano all’altro e soltanto quando lui era estratto per essere il capitano di una delle due squadre non c’era lo sbuffo iniziale e la sua scelta automatica, nella seconda squadra, ultimo chiamato a farne parte.
Gli allenamenti sono continuati per tutto l’anno, tra gomitoli umani e torte di frutta, Corrado sull’altalena e il professor Burzi attento a ogni movimento per trovare la squadra vincente.
Quando è cominciato il campionato Corrado è finito in panchina. Con gli occhiali e, finalmente, ha potuto vedere le partite e diventare utile a tutta la squadra: a lui è stata destinata la cesta con le bottiglie d’acqua da offrire ai compagni assetati e il vassoio con le fette di torta da distribuire nell’intervallo e a fine partita.
Ma quando, dopo diverse partite vinte in modo clamoroso, la sua squadra ha finalmente guadagnato la finale, quando si vede finalmente all’orizzonte il momento del sorriso felice, il professor Burzi è disperato: tutti hanno giocato, almeno un momento, magari soltanto gli ultimi cinque minuti di una partita, tutti meno Corrado che, lo sa, sarà felice ugualmente perché è buono e generoso come non ha mai visto nessuno, ma anche talmente sereno e modesto che continuerà a raccontare quel momento di gloria dicendo che i suoi compagni hanno vinto il campionato.
Ci vuole un miracolo. Ma, quando ci credi davvero, qualche volta i miracoli succedono e se stai vincendo la finale per quattro a zero, a cinque minuti dalla fine puoi dire a Corrado: “togliti gli occhiali e entra”.
Così Corrado affida cesta e vassoio al suo vicino di panchina, gli occhiali al professor Burzi che li infila nel taschino della giacca ed entrare in campo.
Cinque minuti di follia, con gli altri, quelli di un’altra scuola, che Corrado non lo avevano mai visto e nel quale continuano a incespicare, che non credono ai loro occhi: un cieco in campo per la finale! Corrado viene colpito da un pallone che non aveva visto arrivare e che, battendo sulla sua natica sinistra torna in campo, sui piedi di Giorgio che segna il quinto gol. Ci sarà scritto, sul giornale della scuola, che l’assist era di Corrado e nessuno scriverà che razza di assist è stato.
Quando l’arbitro fischia la fine tutti si abbracciano, cantano insieme l’inno della scuola, Corrado è felice e corre, come al solito, a casaccio e finisce nella sabbiera, lungo e disteso e si sbuccia anche un ginocchio sul bordo di cemento ma continua a ridere felice fino a quando i suoi compagni lo vanno a riprendere e lo portano al centro del campo per la premiazione, per il gradino più alto del podio, per il sorriso finalmente felice.
È un podio enorme, ci devono stare sessantasei persone e lo hanno costruito bello robusto. Gli allievi del professor Burzi saltano e cantano, salutano i papà e le mamme, i fratelli e le sorelle e anche qualche nonno e qualche nonna che sono venuti a vederli e tra abbracci e pacche sulle spalle il più felice di tutti è Corrado che mai avrebbe potuto sognare un momento simile.
Ai lati del campo ci sono gli insegnanti-allenatori e tutti stringono la mano con una punta di invidia al Burzi che è riuscito a trovare la squadra dei fenomeni, che può permettersi anche le follie e vincere ugualmente la finale. Lui li guarda con legittima soddisfazione, scherza sul fatto che l’anno prossimo non sarà un pericolo, che sarà in pensione e potrà dedicarsi soltanto al tifo per i ragazzi della sua scuola.
Poi guarda ancora una volta verso il campo, i ragazzi che stanno scendendo dal podio e Corrado che riesce a ruzzolare sul prato scendendo dalla parte sbagliata. Tutti ridono, intanto non si è fatto niente, si è già rialzato ridendo anche lui, ma il professor Burzi deve scappare, almeno per un momento, si rifugia nello spogliatoio in cui i ragazzi non sono ancora arrivati per le docce: è felice per il primo posto ma essere riuscito a far giocare la finale a Corrado lo rende ancora più felice, qualche cosa che gli fa salire una lacrima agli occhi e non vuol farlo vedere: quella commozione deve rimanere un segreto, un momento speciale da raccontarsi nelle lunghe giornate da pensionato che lo aspettano tra pochi giorni.


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