LA NONNA DI CLAUDIO

TORNA A RACCONTI

 

Aveva capito che, quel giorno, bisognava andare dalla nonna di Claudio, il cugino rompiballe. Ma non aveva capito che bisogno c’era di tutti quei vestiti eleganti, di tutto quel correre della mamma a pettinarli, quando in famiglia i capelli più docili erano quelli che facevano saltare i denti del pettine e gli altri li facevano letteralmente scappare disperati.
Inoltre, la mamma quel giorno non parlava, non rideva, non scherzava e questo era incomprensibile e molto preoccupante.
Quando erano arrivati, la nonna di Claudio non era, come al solito, sul balcone, con i capelli, le sopracciglia e i baffi bianchi e il vestito nero a gridare ai cani di non gridare. In realtà la nonna di Claudio era completamente sorda e capiva che i cani stavano abbaiando soltanto se li vedeva aprire e muovere la bocca: se era in casa poteva succedere di tutto, concerti di latrati paurosi, risse tra tutte le bestie del quartiere e non succedeva nulla.
La nonna non c’era e i cani neanche. In mezzo al cortile, invece, c’era un armadio di legno lucido, coricato su un tavolo e coperto di fiori. Trasloco? Ma che cosa ci faceva tutta quella gente per un solo armadio? E perché tutti in silenzio e così eleganti? Paolo non capiva e non osava chiedere. Carlo e Maria sembravano aver capito tutto e Pippo guardava attorno e sembrava che tra quel mistero e il parco giochi non notasse nessuna differenza. Infine, arrivò un giovane signore vestito da signora: sotto la barba nera aveva un vestito altrettanto nero e lungo fino ai piedi, tutto coperto di pizzi bianchi e con lui c’erano due bambini con gli stessi vestiti ma più piccoli. Il signore cominciò a buttare acqua sui fiori con uno strano annaffiatoio piccolo piccolo e intanto i bambini vestiti da bambine facevano un sacco di fumo come quando si gioca agli indiani ma senza gridare “uuuuuuuuhhhhhhhh!”
La gente diceva strane cose in una strana lingua, forse era tedesco, ma non aveva mai saputo che la sua mamma sapesse il tedesco. Poi tutti si toccarono la testa, la pancia, le spalle, tutti insieme, come in un gioco o in un ballo che Paolo non conosceva.
Della nonna neanche l’ombra, forse era in casa arrabbiata perché le avevano portato via l’armadio. Poi il signore con la gonna e i pizzi andò verso il cancello e tutti dietro: doveva essere proprio un trasloco perché quattro uomini misero l’armadio in un furgone e tutti si erano messi a camminare dietro ma piano piano, sempre parlando la strana lingua che Paolo non capiva. Poi, entrarono tutti in un palazzo enorme che aveva visto tante volte da fuori e dove scoprì che non c’erano stanze ma soltanto un sacco di panche, delle tavole che sporgevano dal muro, qualche armadio con delle tendine davanti e delle candele alte ma alte ma alte e tutti entrarono nel palazzo portando anche l’armadio sempre coricato. C’era un odore strano e la gente si sedeva, poi si alzava in piedi, poi si metteva in ginocchio e poi si sedeva di nuovo e andavano avanti e indietro e il signore vestito da signora aveva anche un armadietto tutto d’oro su un tavolo più alto degli altri e poi erano usciti tutti insieme e avevano di nuovo caricato l’armadio sul furgone ed erano ripartiti lemme lemme.
Dopo un po’ erano arrivati in un giardino pieno di pietre e di pezzi di marmo, con un sacco di fotografie e di vasi di fiori ma tutto in uno strano disordine che sembrava la loro camera quando la mamma urlava: “Prima di cena voglio tutto a posto!” e avevano ficcato l’armadio in un buco scavato per terra e due signori vestiti proprio male (forse non gli avevano detto che quello era un trasloco elegante) avevano tirato gran palate di terra sull’armadio.
“Se lo sa la nonna di Claudio!” aveva pensato Paolo.
E poi qualcuno piangeva, forse era un armadio prezioso e dispiace vederlo trattare così, e qualcuno cominciò ad andarsene.
Dopo un po’ se ne andarono tutti, anche loro.

gabriella bona

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