CLANDESTINO

a Osvaldo Soriano e al gatto Vení

 

Lavoro in banca, ho un ottimo impiego e un ottimo stipendio e, anche se non posso dire che il mio lavoro mi diverta, sono molto soddisfatto di quello che faccio e di come vivo. Prima di arrivare a questo punto, ho studiato molto. Mi sono diplomato all’istituto tecnico commerciale e mi sono laureato in economia e commercio con il massimo dei voti. Questo mi ha permesso di lavorare per un anno in Inghilterra dove ho imparato a parlare quell’inglese che a scuola avevo studiato senza imparare e sono ingrassato di dieci chili. Poi, in un anno negli Stati uniti, ho dimenticato l’inglese e ho cominciato a parlare una sguaiatissima lingua che non so neppure come si chiami, la definirei la sorellastra dell’inglese, e sono ingrassato di quindici chili. In Giappone ho trascorso due anni, ho imparato tutto sulla Borsa e neanche una parola di giapponese. In compenso ho perso i dieci chili inglesi, i quindici statunitensi e altri cinque che erano miei ai tempi della laurea e che sono rimasti a Tokyo e che dovrò cercare di recuperare perché così sono troppo magro.
Quando sono rientrato in Italia la mia mamma si è spaventata: sembrava che tornassi da un campo di concentramento. Ma il nuovo lavoro mi ha talmente assorbito e soddisfatto che non ci ho più pensato.
Ho trovato colleghi simpatici, giovani come me e pieni di voglia, finito il lavoro, di far festa e di divertirsi.
E una sera, a casa di Giorgio, dove eravamo stati invitati per un compleanno, ho conosciuto Anna, la mia attuale fidanzata. È stata una storia strana, anche perché ho rischiato di perderla prima ancora di averla trovata.
Avevo notato, arrivando, questa ragazza alta, bionda, con un corpo da indossatrice e avevo cercato di avvicinarmi al gruppetto di colleghi che la circondavano mangiandosela con gli occhi. Finalmente Filippo, che sembrava il suo migliore amico, almeno a quella festa, me la presenta. Ciao, Anna. Ciao, Francesco. Che cosa tifi? mi chiede a bruciapelo. Beh, se intendi quale squadra di calcio mi piace di più - le rispondo abbastanza irritato – non soltanto non ne ho nessuna ma non amo il calcio e penso che i tifosi siano una manica di violenti e di semianalfabeti.
Lo so, non è bello quello che ho detto, me ne accorgo mentre lo dico, un po’ di diplomazia non guasta mai ma io il calcio lo odio davvero ed ero così felice di essere finito in un ufficio dove non interessava a nessuno, dove al lunedì si parlava soltanto di gite e di cinema e quell’uscita mi aveva trovato assolutamente impreparato. L’ho capito, di aver sbagliato tutto, quando Anna mi ha guardato con furore e mi ha girato le spalle senza neppure rispondermi.
Ma quella da dove esce? ho chiesto a Giorgio, e lui mi ha spiegato che Anna è una giornalista sportiva, una firma famosa di un grande giornale sportivo, una che di calcio sa tutto e una grande tifosa. Non si ricorda di quale squadra, perché anche lui di calcio non ci capisce niente, ma sa che quando parla di calcio tutti pendono dalle sue labbra, una specie di enciclopedia ambulante con una capacità di raccontare che riesce a coinvolgere anche chi il calcio non lo ama e non lo conosce. Così mi accorgo che ho fatto una vera figura di merda e che la bellissima bionda con me non parlerà mai più, forse non riuscirò neanche a incrociare una sola volta il suo sguardo e se questo succederà sarà carico di odio.
Ma le cose a volte vanno in modo strano e al compleanno di Marianna, esattamente una settimana dopo, Anna è di nuovo lì, bella come sempre e mi saluta gentilmente come se non fosse successo niente. Anzi, mi fa una battuta sul mio considerarla violenta e semianalfabeta, che mi spiazza completamente. Mi accorgo di arrossire e di creare una certa ilarità nel gruppo. L’ha raccontato a tutti, la stronza! Non so più che cosa fare: ho voglia di scappare ma anche di ricucire lo strappo che ho creato con il mio intervento inopportuno della settimana scorsa.
Mi siedo sul divano assieme a un collega per commentare il preoccupante calo dello yen negli ultimi due giorni ma dopo pochi minuti riappare Anna con due bicchieri di spumante. Me ne offre uno e, mentre mi alzo per prenderlo, una forza magnetica mi trascina con lei sul terrazzo illuminato e pieno di tavolini, di salatini e di pasticcini, di persone allegre e di bella gente.
Vieni allo stadio con me domenica? mi chiede all’improvviso e, visto che sarei disposto ad andare anche all’inferno con il biglietto di sola andata pur di starle vicino, non posso che risponderle che andrò.
E non ci ho capito niente, mi sono annoiato come non mi era mai successo nella vita, anche perché ogni volta che tentavo di dire qualche cosa lei mi fulminava con lo sguardo e continuava a prendere appunti, tracciare strani segni, scambiava battute incomprensibili con i colleghi e a me, al massimo, diceva: stai zitto.
Alla sera, a casa sua, tentava di spiegarmi qualche cosa ma il mio interesse era talmente basso che neanche una parola restava attaccata alla mia memoria. Le uniche cose che avevo capito era che i suoi tre amori, le cose per le quali stravedeva e sulle quali non sopportava la minima critica erano il Toro, Maradona e Zeman. Nella sua camera, come in quella di una ragazzina, c’erano i manifesti del Toro, dell’Argentina e una foto di Zeman.
E l’equivoco è nato da lì.
Andiamo a vedere insieme una partita a Milano, mi sembra che lo stadio si chiami Sant’Ambrogio ma non sono sicuro, e quando vedo entrare in campo la squadra con la maglia bianca e celeste le dico: è la squadra di Maradona, sperando di farle un piacere e di dimostrare che comincio a imparare qualche cosa. Mi guarda con odio e mi dice di non confondere la cacca con la cioccolata. Dio mio, non ne azzecco mai una!
E ricomincio ad annoiarmi, a pensare che i colori sono gli stessi del suo manifesto: nessuno mi ha ancora detto che ci sono squadre che mettono la stessa maglia anche se non sono neanche parenti. Forse è normale, visto che ci sono tantissime squadre e le combinazioni di colori sono certamente meno. Ma io non ci avevo pensato.
Corrono, si sgambettano, ogni tanto Anna batte un pugno sul tavolo e traccia un segnetto sul foglio, poi c’è un momento in cui si sentono urla tremende, in cui tutta quella gente stipata sembra esplodere e chiedo ad Anna che cos’è successo. Ha segnato l’Inter. Quali sono? Non mi risponde, mi guarda soltanto con uno di quegli sguardi pieni di odio che usa soltanto allo stadio e al primo incontro, quando incontra uno come me.
Poi succede qualche cosa che finalmente mi diverte, che riesce ad appassionarmi e a divertirmi, che finalmente capisco anch’io.
Avevo appena dato uno sguardo all’orologio e visto che mancavano soltanto cinque minuti alla fine della tortura, quando un gattino nero è entrato correndo sul prato.
Anna dice che una cosa simile non si era mai vista e ci credo: in un attimo succede di tutto, si vede benissimo che un simile evento non è assolutamente contemplato dai regolamenti e dalle tradizioni. Questi omoni sono abituati a correre tra di loro e con il pallone. Un gatto non sanno proprio come gestirlo, soprattutto se, come in questo caso, il gatto è nero.
Pare, lo dice Anna, che i giocatori e i tifosi siano le persone più superstiziose del mondo. Non sempre: ce ne sono che partono tranquillamente in aereo in giorni spaventosi come un venerdì 17, che quando rompono uno specchio lo buttano e ne comprano un altro, che se rovesciano il sale sulla tovaglia lo sbattono dal balcone assieme alle briciole alla fine del pasto, ma quando si tratta di calcio sono impressionanti. Mi cita un racconto bellissimo, di un certo Roberto Fontanarrosa, argentino, dove tutti questi gesti sono raccontati in modo eccezionale. Non penso che lo leggerò mai: dice che non lo hanno tradotto e io non so lo spagnolo.
I giocatori non sanno più che cosa fare, qualcuno cerca di continuare a giocare ma si ferma in mezzo al campo ogni volta che il gatto passa, per lasciare che un altro attraversi prima di lui e questo, passando con un salto sul pezzo d’erba calpestato dal gatto, sperando che funzioni passare in elevazione, gli ruba la palla e corre come un matto. Ma il gatto è tornato e il giocatore si disfa del pallone per non essere costretto a proseguire e nella fretta lo passa a uno dell’altra squadra. I tifosi cominciano a gridare cose che non capisco e Anna e i suoi colleghi si guardano in modo strano. Io, finalmente mi diverto come un matto, rido e tutti guardano me e il campo e lo sguardo è lo stesso, non capiscono.
Poi, un giocatore butta la palla fuori e comincia un fuggi fuggi generale, tutti che cercano di allontanare il gatto ma senza toccarlo, cercando di non passare dove è passato lui, intervengono i vigili del fuoco, che evidentemente non sono superstiziosi, e si lanciano in inutili tuffi da cui riemergono a mani vuote. Il gatto è più furbo di loro e appena li vede arrivare si butta in un’altra direzione, passa tra le gambe di qualche giocatore che, immediatamente, comincia a fare segni strani, sembra un burattino epilettico e sta cercando di allontanare la sfortuna che teme gli si sia abbattuta addosso. Arrivano tre poliziotti con caschi, manganelli, scudi, pistole e tutti si inciampano tra loro e con i loro strumenti. Uno butta per terra casco e scudo e si lancia all’inseguimento con il manganello. I tifosi cominciano ad urlare: assassino e il militare deve sorbirsi anche l’animalismo militante e lasciar perdere. Butta anche il manganello e continua la caccia a mani nude, anche le forze dell’ordine pare che non siano superstiziose, ma finisce con la faccia sugli scarponi di un collega. Forse finalmente diventa superstizioso anche lui perché si rialza, si tocca la fronte e desiste. Tutti i giocatori sono in piedi sulle panchine, stretti stretti che sembra che debbano cadere come birilli e la confusione è veramente da film comico. Io continuo a ridere e Anna mi guarda con odio, i suoi colleghi con un misto di pietà e di stupore. Che cosa ci faccio lì, se non capisco che quella non è affatto una cosa su cui ridere? Anna capisce che ormai non potrà più portarmi allo stadio e che forse anche il suo prestigio è in parte rovinato dall’essere venuta, e anche diverse volte, con un cretino come me. Spero soltanto che non decida di piantarmi: le prometterò che non mi farò mai più vedere allo stadio, né dove ci sia ombra di giornalisti sportivi, che rientrerò nella mia zona di competenza, tra bancari e agenti di borsa, che la vedrò soltanto dove non potrò causarle danno, decida lei dove e come e io non avrò nulla da eccepire.
Il gatto, adesso, è spaventato da morire, corre senza direzione, cerca di nascondersi e quando lo trovano graffia come un matto, lo si vede da come giocatori, poliziotti, pompieri e tutti gli altri si alzano di scatto, portando le mani sulle parti colpite. L’arbitro corre a destra e a sinistra, parla con tutti e non sa che cosa fare. Io continuo a ridere e mi immagino che anche il suo prestigio sarà duramente minato da questa vicenda, che alla prossima partita partiranno cori di furiosi miagolii ogni volta che fischierà un fallo o non farà quello che, secondo i tifosi, è il suo dovere. E so che anche lui lo sta già pensando ma la sua preoccupazione mi rende ancora più allegro.
Non ci capisco niente di calcio ma gli arbitri non mi piacciono e più sono in crisi loro, più sono contento io.
Poi, all’improvviso, non so da dove sia sbucato, appare un omino piccolo, un po’ vecchio e completamente pelato, che cammina attraverso il campo, arriva vicino al gatto e lo prende in braccio. Senza dire niente se ne va, verso un angolo del campo e sparisce, come risucchiato dalla terra.
Tutti si guardano attorno, increduli e imbarazzati. La partita dovrebbe essere finita da venti minuti e, invece, sono ancora lì, a chiedersi quanti minuti mancano, di chi è il pallone, per poter ricominciare. Tutti zoppicano un po’, c’è chi ha cerotti sulle gambe e sulle braccia, chi si è sbucciato un ginocchio cadendo dalla panchina o tentando di placcare la bestiola.
Si ricomincia e gli ultimi cinque minuti sono assolutamente inutili: nessuno si ricorda esattamente dove il gatto sia passato e se qualcuno si è già caricato la sfortuna passando sulle sue orme. Sembrano ingessati, sembra che non sappiano che cosa fare. La palla corre, lentamente e inutilmente, sul campo fino alla fine.
I tifosi se ne stanno andando, hanno capito che tutto quello che doveva succedere è già successo, hanno voglia di andare a casa e di rivedere le scene in televisione, sentire dagli amici che non erano allo stadio i commenti che hanno fatto i cronisti della radio. Si immaginano già tutte le volte che racconteranno e si racconteranno che cosa è successo.
Perché una cosa così non penso che la vedranno più.
Io con il calcio ho chiuso. Con Anna mi auguro di no.

gabriella bona

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