UOMINI E METAFORE

 

Erano arrivati tutti in anticipo e adesso lo guardavano mentre camminava sul vialetto di ghiaia che dal parcheggio portava agli spogliatoi.
Chissà come, ma erano riusciti a sperare che non sapesse ancora niente. E, invece, lo sapevano che lui era già sempre informato su tutto quello che succedeva, sembrava quasi prima che le cose succedessero. Strano, chiuso, straniero, parlava un italiano zoppicante e non lo si vedeva mai parlare con nessuno. Alla fine degli allenamenti salutava appena, si accendeva la sigaretta e se ne andava con la sua vecchia automobile. Poi, non si conosceva niente della sua vita privata, non aveva una moglie né un gruppo di amici, non andava al bar, eppure sapeva sempre tutto.
L’occhio nero di Aldo non si poteva nascondere ma qualche minuto in più sarebbe stato utile a tutti, avrebbero cercato di spiegare senza dire tutto, coprendo anche questa volta gli errori di un compagno in crisi.
Ma le sopracciglia bionde avevano la piega cattiva, la sigaretta ciondolava in modo innaturale, il passo era più lento del solito, quasi volesse darsi anche lui qualche momento di pausa prima di cominciare la sfuriata. Sì, sapeva già tutto.
Entrò nello spogliatoio e lanciò un “buongiorno” stretto tra i denti, pieno di rabbia repressa. Guardò bene in faccia i suoi ragazzi, tutti, meno Aldo. Sapeva dov’era, non aveva bisogno di cercarlo per poi evitarlo. Lui, quando si sentiva in colpa si metteva sempre nel solito posto, nell’angolo più lontano, vicino alle docce, come quando da piccolo ti mettono nell’angolo più buio del corridoio per farti scontare la marachella del giorno. E lui da quella parte non guardava mai, il castigo peggiore era quello di essere ignorati, di sentirsi assenti e pesanti, enormi, come ci si può sentire quando ci si rende conto di essere di troppo, di essere in colpa, di non avere nessuna possibilità di passarla liscia, anche questa volta.
Il mister buttò quello che era rimasto della sigaretta, molto poco davvero, le fumava fino all’ultima pagliuzza di tabacco, e aspettò che i ragazzi finissero di cambiarsi. Il silenzio era totale, imbarazzante, inusuale tra quei ragazzini sempre così pieni di energia, di voglia di scherzare e di chiacchierare, di raccontarsi le ultime novità sulla moto che si regaleranno al più presto, sulla ragazza a cui fanno il filo da un po’ di tempo, sulla partita del sabato prima e su quella del prossimo sabato. Silenzio, e sguardi preoccupati, curiosi, pieni di timore. Lui sembra quello di sempre, attento e distaccato, si accende un’altra sigaretta, prende i foglietti dalla tasca destra del cappotto e li legge con attenzione, qualche volta alza la testa e guarda uno dei ragazzi, come se cercasse una corrispondenza tra il nome scritto e la faccia che vede, si siede e aspetta, tranquillo, sembra che la fretta, lui, non sappia neanche che la hanno inventata.
Quando i ragazzi sono pronti legge le due formazioni per l’amichevole, storpia un poco i cognomi, ma c’è chi dice che lo faccia apposta, per il folklore, li fa uscire in campo e lascia il capitano, quel Prestinigiacomo di cui non riuscirà mai a pronunciare il cognome correttamente, a dirigere il riscaldamento e ritorna sui suoi passi, verso lo spogliatoio dove adesso è rimasto soltanto Aldo, la sua ansia, il suo occhio nero.
Entra tranquillo, si siede su una panca, si accende una sigaretta e rimane per diversi minuti a guardarsi la punta delle scarpe. Lucide, brillanti, perfette, ha una vera passione per le scarpe, le cambia quasi ogni giorno e sembrano ancora più belle e più nuove man mano che il cappotto invecchia, perde la forma, assomiglia sempre più a un pugile stordito che a un capo di abbigliamento. Il colletto sollevato e la testa incassata, il naso a punta che sembra diventare sempre più lungo, rimane in silenzio, sembra che non sappia da dove iniziare. E, invece, Aldo sa benissimo che quel silenzio è per infastidirlo, per farlo sentire, a ogni attimo che passa, più nervoso, più in colpa, perché quando arriverà il colpo lui non abbia più energie per difendersi e il KO sia tremendo.
Aspetta, Aldo, il colpo e vorrebbe mettersi a urlare, farla finita con quella commedia che conosce a memoria, che sa che gli farà male ancora una volta e che non sarà mai l’ultima volta finché non lo sbatteranno fuori per sempre. Perché è più forte di lui, non ce la fa proprio, non sa come uscirne, e forse non ne ha neanche voglia.
“Puzzi”, la parola esce così, quasi un soffio, tra le labbra strette e la sigaretta appesa.
Aldo lo guarda, ancora una volta deve ammettere che quell’uomo riesce a colpirti con l’ultima cosa che ti aspetti. Istintivamente annusa l’aria attorno, no, questa parola non l’aveva proprio prevista, tra le mille che gli erano passate per la testa. E adesso l’altro sembra essere ripiombato nel suo strano letargo, quell’espressione assente che non ti lascia capire se è già finito tutto o aspetta che tu sia maturo per affondare un altro colpo, più pesante, definitivo. Non osa rispondergli. Anzi, non trova nessuna risposta, dalla sua testa non arrivano parole. Che cosa rispondere a uno che, dopo che hai passato la notte a ubriacarti, dopo che hai fatto a cazzotti con uno spacciatore per difendere una ragazza che neanche hai mai visto, ti dice che puzzi? A uno a cui hai fatto perdere l’ultima partita perché ti sei presentato in campo mezzo ubriaco e dopo una notte in bianco, che non crede più in te e ti fa giocare soltanto quando ci è costretto, che vorrebbe cederti da tempo ma non c’è una sola squadra, per scarsa e disperata che sia, che ti vuole comprare e che ti dice che puzzi?
“Puzzi perché bevi e le ragazze stanno alla larga dagli uomini che puzzano. Siete soltanto voi italiani che pensate che la puzza di maschio sia erotica. Scemi! E quando le ragazze ti stanno alla larga bevi perché non sai stare senza una donna. Lavati e smettila di bere. Così ti trovi una donna e ricominci a giocare”.
Aldo lo guardava come se parlasse una strana lingua: capiva le parole ma non il senso, gli venne voglia di accendersi una sigaretta, dopo la testa gli si schiariva un poco con il fumo, ma non osò tirare fuori il pacchetto dalla tasca della giacca. Rimase sulla panchina, nell’angolo delle docce a chiedersi che cosa avesse detto quell’uomo, quelle parole mal pronunciate ma dritte come coltelli lo avevano colpito troppo forte e si rifiutavano di esplodergli nel cervello col loro vero significato. Era una condanna totale, la fotografia di una situazione in cui si era infilato poco a poco, quasi senza accorgersene e che adesso lo teneva inchiodato lì, su quel pezzo di legno vicino alle docce, mentre sentiva le gocce cadere dai rubinetti mal chiusi e l’odore di muffa invadergli le narici.
Era cominciato con Rosa, ai tempi d’oro, quando era il capocannoniere, l’idolo dei tifosi, quando correva sotto la tribuna a festeggiare ogni gol, gol di provincia, che finivano soltanto sulle pagine dei giornali locali ma che avevano fatto di lui un idolo, il ragazzo più desiderato, il giocatore più amato e il fidanzato felice della ragazza con i capelli rossi. Quei riccioli folti, quell’incendio in cui amava affondare la faccia per sentirne il profumo, il sogno nei giorni belli del loro amore, l’incubo dopo che lei lo aveva lasciato.
Non aveva mai capito il perché, non c’era un altro, non avevano litigato, semplicemente un sabato pomeriggio, dopo la partita, una partita in cui aveva segnato due gol bellissimi, lei gli aveva detto che non se la sentiva più, che pensava di non essere veramente innamorata, che non voleva neppure un passaggio, intanto era venuta in bicicletta e tornava a casa da sola. Aveva guardato quei capelli che si allontanavano, quella criniera che amava follemente ed era tornato a casa, disperato, solo, un sabato senza senso e i gol già dimenticati, annegati in un dolore troppo grande.
“Ma che cosa ti aspetti? Amore! Sapete parlare soltanto di quello, non vi rendete conto che ci sono cose più serie!”, parlava, dentro al colletto del cappotto, il fumo che continuava a uscire a sbuffi, tra una parola e l’altra, senza quasi che le labbra si muovessero. Lui la pensava così e non era un caso che a quarant’anni fosse ancora scapolo e che non si fossero mai raccontate storie d’amore sul suo conto. Forse aveva fatto un voto, forse amava davvero altre cose, forse pensava davvero che ci fossero cose più serie di un amore, ma non siamo tutti uguali e, anzi, l’eccezione era lui, non gli altri, quelli a cui piace innamorarsi, andare a spasso con una bella ragazza, sposarsi, avere dei bambini con cui giocare, di cui prendersi cura.
Non era ancora riuscito a dire una sola parola, l’occhio gli faceva un male tremendo, lo sentiva pulsare e temeva che continuasse a gonfiarsi, la panca era fredda e scomoda e le gocce che cadevano nei piatti delle docce cominciavano a dargli fastidio, a rimbalzare nel cervello come schiaffi. Fuori i suoi compagni urlavano, sentiva le loro voci che erano tornate allegre, piene di entusiasmo, di lui, di loro, si erano dimenticati, come se la porta dello spogliatoio fosse la fine del mondo.
Quel sabato, il sabato in cui Rosa lo aveva lasciato, per la prima volta si era trovato a bere da solo, al tavolo della cucina, sulla tela cerata a fiori che gli aveva portato sua madre l’ultima volta che era venuta a trovarlo. I fiori avevano cominciato a ballare intorno a lui, i cerchi che il fondo del bicchiere aveva disegnato erano i segni di qualche cosa che lo calmava e di cui si vergognava. C’era qualche cosa, in quel bere in solitudine, che lo metteva a disagio, che lo faceva stare ancora più male. Si era svegliato a notte fonda, la testa appoggiata al tavolo, tutte le ossa che facevano male e la testa che gli scoppiava. Aveva pianto, questo se lo ricorda bene, ma non aveva mai capito se su se stesso, sul suo amore finito, se per quei fiori che non gli piacevano più, così lucidi e freddi e pieni di cerchi ormai secchi.
La sera dopo era andato al bar con Enzino, un ragazzo giovane che aggiustava biciclette nel quartiere, a cui tutti portavano i loro mezzi anche se si sapeva già che le riparazioni sarebbero state provvisorie, se sapevi che quando avevi il fanale rotto probabilmente ti avrebbe cambiato i pattini dei freni e se erano i freni a non funzionare ti avrebbe controllato le luci per poi dirti che funzionavano benissimo. Quasi tutti avevano imparato ad aggiustarsi la bicicletta da soli e da Enzino andavano soltanto più perché gli volevano bene, una volta ogni tanto, perché anche lui aveva diritto a sentirsi come gli altri, a mangiare almeno una volta al giorno, visto che doveva già dormire in un angolo sottratto al laboratorio di ciclista.
E con Enzino avevano bevuto del vino di pessima qualità, anche se Aldo poteva permettersi di meglio, ma non aveva voluto fargli pesare la sua relativa ricchezza, il fatto che un calciatore può bere meglio di un distratto riparatore di biciclette.
Parlavano di donne, delle donne che non li amavano, che li avevano abbandonati, tra un bicchiere e l’altro, mentre i cerchi umidi decoravano il tavolo di legno, mischiati a mille altri lasciati lì negli anni da altri uomini che le loro ragazze avevano abbandonato. Lì poteva fumare tranquillamente e il fumo avvolgeva ogni sera i loro discorsi e il loro sconforto.
Le brevi avventure di Aldo non riuscivano ad allentare un’amicizia che era ormai troppo importante per entrambi. Se alla sera doveva andare al cinema o a cena in qualche ristorante, passava da Enzino al pomeriggio, lo guardava lavorare, lo sentiva stupirsi ogni volta che un lavoro gli riusciva bene, quando aggiustava le luci che funzionavano o cambiava le camere d’aria che non erano bucate.
Poi anche quelle poche avventure erano finite, le ragazze si rendevano conto che lui non era più il campione di una volta e alle ragazze i perdenti non piacciono e, soprattutto, che aveva la testa da un’altra parte, che non pensava a loro come avrebbero voluto, che forse potevano trovare di meglio, che se lo meritavano. E lo lasciavano, senza neanche dargli una ragione, così.
Un giorno glielo aveva detto un amico, con delicatezza, se ne rende conto soltanto adesso, con troppa delicatezza, tanto che lui non lo aveva neanche ascoltato. Gli aveva detto che da quando frequentava quella bettola i suoi vestiti avevano preso uno strano odore. No, non erano i vestiti, era lui. Lui, che aveva passato ore a lavarsi, a profumarsi, a passarsi le gommine sui capelli, a rendersi il più invitante possibile, un principino per la sua Rosa e per tutte le rose che si fossero presentate. Adesso girava spettinato, coi capelli e la barba lunghi, i tubetti delle gommine erano finiti e non li aveva ricomprati, la doccia la faceva appena nello spogliatoio e soltanto se aveva giocato o si era allenato.
Sì, quella frase, quel “puzzi” che era uscito dai denti del mister era la stessa frase ma cruda, un morso invece che una carezza, un ordine invece che un consiglio, una condanna.
Se ne rende conto adesso, l’occhio nero, così reale, doloroso e il pugno nello stomaco, quel “puzzi” così violento: si è lasciato scivolare, sgretolare, non è più un calciatore, non è più un fidanzato, ha soltanto un amico un po’ strano e tanti compagni, là fuori, che si sono già dimenticati di lui. Quest’uomo che lo guarda, che gli butta in faccia parole cattive, in fondo, dovrebbe ringraziarlo, è l’ultima persona che gli è rimasta. Dovrebbe buttargli le braccia al collo e ringraziarlo, ha voglia di farlo, sente che è la sua salvezza ma sa di puzzare, non vuole infastidire definitivamente uno che ti dà sempre l’impressione di essere una via di mezzo tra un uomo e una metafora.
Si alza, quelle gocce lo stanno uccidendo, quella panca è una tortura, toglie la sacca dal gancio a cui è appesa e se ne va. Senza una parola, sperando che sia meglio vivere con una speranza, un’illusione, quel cappotto e quella sigaretta, che un altro rifiuto.

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