Stia tranquilla, signora
di Gabriella Bona
Stia tranquilla, signora, non me ne vado, anche questa notte starò qui, dalle otto alle otto, non mi addormenterò, andrò in bagno soltanto una volta e per pochi minuti, ma questo me lo deve concedere, non si può stare per dodici ore senza andare in bagno, può creare anche problemi ai reni, a volte vengono i calcoli e, poi, chi la guarda se io devo farmi operare, ma, stia tranquilla, non dovrò farmi operare, vengo da una famiglia di gente sana, sono tutti forti i miei parenti, poveri, come sono povera io, ma forti, siamo cresciuti in campagna, siamo contadini, guardi le mie mani, sono grandi, non hanno paura di niente e sono anche delicate, ne sa qualche cosa lei, quando la devo alzare, cambiare, vestire, perché in campagna le mani devono essere adatte a spingere la vanga nella terra ma anche a mungere le mucche e lì la delicatezza è indispensabile, non penserà che gli animali non siano sensibili, sanno distinguere una mano dall’altra, quella di chi li sa mungere da quella che non lo sa fare, ma adesso dorma, sono passate soltanto due ore, dorma, chiuda quegli occhi, lo sa che mi fanno paura, lei non si può neanche muovere ma i suoi occhi, così grandi, così grigi che sembrano di ferro, lo sa che mi fanno paura, in questa casa così grande, così vuota, così isolata, non ho paura dei ladri, ho soltanto paura dei suoi occhi, stia tranquilla, starò qui fino a domani mattina, fino alle otto, quando arriverà l'infermiera a darmi il cambio, lei si metterà il suo camice, le misurerà la temperatura, soprattutto la troverà pulita, profumata, con le lenzuola ben tirate, perché è l’ultima cosa che faccio prima di andarmene, non sono lavori da infermiera, quelli, ma da serva e allora li faccio io, dalle sette, mentre lei mi guarda, poi richiude gli occhi, poi li riapre per mandarmi uno sguardo supplichevole, lo sa, che con l’infermiera è tutto diverso, lei ha un contratto regolare e può fare quello che c’è scritto, io non ho un contratto, vengo così, in nero si dice, perché sono scappata dalla campagna che mi sembrava troppo pesante, perché ormai dalle mie parti non c’è più da mangiare per tutti, si fa la fame, stia tranquilla, signora, adesso arrivo, le ho viste le gocce di sudore sulla fronte, le passerò la pezzuola profumata anche sotto il mento, sulla nuca, le metterò due gocce di colonia sulle tempie, l’infermiera dice che è inutile, che lei ormai non sente più niente, neanche i profumi ma io ho visto che c’è una piccolissima luce nei suoi occhi quando lo faccio, forse non sente il profumo ma la freschezza di quelle gocce sono sicura che la sente, stia tranquilla, le alzo il cuscino, non lo sopporto quel rantolo continuo, non mi lascia vivere, poi mi siedo qui, vicino a lei, e le leggo il libro che mi sono portata, questo almeno spero che non lo senta, so che lei ha avuto un’educazione, che ha letto tanti libri seri e queste storielle da cameriere, come le chiama l’infermiera, sono sicura che non le piacerebbero, che si farebbe di me un’idea pessima, ma leggere ad alta voce mi tiene compagnia, mi fa sentire meno sola con questi suoi occhi di ferro che adesso si riaprono e che non riesco a guardare, c’è sofferenza, la vedo, la riconosco, ma c’è anche altro, non so che cosa sia, non l’ho conosciuta prima, non so che donna è stata, quando ancora poteva parlare, muoversi, ma di sicuro so che lei era abituata a comandare, sa, noi poveri queste cose le riconosciamo subito, non c’è nessuno che riesca a ingannarci ma noi siamo abituati a farci comandare, sono sempre gli altri che decidono per noi, come sua figlia che mi ha chiesto se ero in grado di starle vicina ogni notte per dodici ore, senza addormentarmi perché a lei potrebbe venire una crisi ed è necessario che io sia sveglia, che la alzi sui cuscini, che chiami l’infermiera, e tutto deve avvenire subito, perché lei potrebbe morire, ma ormai sono due anni che sono qui, tutte le notti, non ne ho saltata neppure una e l’unica cosa di cui sono certa è che lei non ha nessuna intenzione di morire, stia tranquilla signora, anch’io non ho mai pensato di lasciarla, non posso, devo mangiare, devo mandare i soldi a casa, non le chiederò giorni di riposo, non mi ammalerò, finché lei non morirà sarò qui ogni sera alle otto e fino alle otto del giorno dopo, anche se la voglia di scappare diventa sempre più grande, ho voglia di urlare, di spalancare questa finestra che non si apre mai, per carità, mi ha detto sua figlia, l’aria, per la mamma, è un veleno, aprirà le finestre della stanza accanto l’infermiera, nelle ore più calde, lei non apra mai, per nessun motivo e qui dentro c’è questo odore di vecchio, di malattia, di medicine, di muffa che per me è diventato l’odore della notte, l’odore di un incubo che non so se e quando finirà, sì, è vero, quelle gocce di colonia non le metto a lei ma a me, sono sul suo corpo ma sono io che sento il loro profumo, che per un attimo allevia questo odore insopportabile, ho voglia di far entrare l’aria, il profumo del glicine che è proprio sotto questa stanza e che sta fiorendo, l’odore della primavera e se poi entra anche un pipistrello, pazienza, vedremo che cosa fare, stia tranquilla, non lo lascerò venire vicino a lei, fanno tanta paura anche a me ma non scapperò, non mi metterò a urlare, non la lascerò sola, dicono che si attacchino ai capelli e che non ci sia niente da fare, bisogna tagliare i capelli, forse basterebbe tagliare le gambette del pipistrello ma chi ce l’ha il coraggio, no sono vissuta in campagna ma dalle mie parti pipistrelli non ne ho mai visti, li ho conosciuti in città, da me c’erano i gufi, forse li mangiano loro, facevano strani rumori e quando ero una bambina avevo paura, poi sono diventati normali, non li sentivo neanche più, dicono che ci si abitua a tutto, sa, ma io non ci credo, penso che ai suoi occhi signora non riuscirò proprio ad abituarmi, lo so che non può farmi niente ma a me fanno paura, adesso le leggo qualche pagina, così forse riesco a non pensarci, intanto lei non mi sente, così non può giudicarmi ma forse il fruscio della mia voce le farà bene, la calmerà, perché lei, signora, non parla, tutti dicono che ormai non sente niente ma io nei suoi occhi la vedo la paura, c’è un disagio che lei non può dire ma che esiste, che cerca di uscire e non trova nessuna strada libera, non può parlare, non può neanche muovere una mano ma nel suo sguardo lo vedo che vorrebbe dire qualche cosa e so anche che cosa vuole dire, soltanto che ha paura, che vuole vivere, che vuole guarire e che sa che questo non è possibile, che non può distrarsi neppure per un attimo o la morte potrebbe farsi strada nella sua resistenza e portarla via, stia tranquilla, sono qui, ho capito, forse è perché sono qui di notte, quando tutto è silenzio e nulla ci distrae, non ci sono le voci, i rumori, la luce che infastidisce e non permette all’infermiera e a sua figlia di vedere in fondo ai suoi occhi quella richiesta di aiuto, di un filo a cui aggrapparsi per continuare a vivere, l’ho sentita, sa, sua figlia dire che una vita così è ormai inutile, che non serve a lei né agli altri e ci mancava soltanto che dicesse che la sua vita serve soltanto a far spendere un sacco di soldi, ma come si può dirlo, o forse io ragiono così perché quei soldi li prendo io, mi servono per mangiare e se lei muore, e un giorno morirà, lo so, ma farò di tutto per cercare di allontanare quel giorno, io dovrò cercarmi un altro lavoro, dovrò abituarmi a un altro dolore, ad altri occhi che mi guardano chiedendomi un aiuto che non posso dare, perché non spero più di trovare altro lavoro che questo, di stare vicino a persone che devono morire, dovrò abituarmi ad altre figlie che considerano la madre un mobile che nessuno vuole portarsi via ma che deve essere accudito di giorno e di notte e che costa un sacco di soldi, dovrò abituarmi a un altro odore, a un’altra malattia, ad altre finestre chiuse perché la primavera non entri a disturbare la quiete di una finta stagione che non esiste e che non cambia mai, che sembra inventata per non disturbare chi sta bene e non lasciar vivere chi sta male, non si può vivere, signora, senza sole, senza aria, senza stagioni, io lo so perché sono vissuta in campagna e senza stagioni non ci sarebbe niente e mi mancano, sa, quei cambiamenti, in città non si vede niente, le strade, i palazzi, le macchine e mi manca il grano che cresce, gli alberi che fioriscono, i frutti che cominciano a maturare, il profumo dell’uva, l’odore della terra rivoltata, gli sguardi che scrutano il cielo per capire se le nuvole porteranno la pioggia nel momento giusto o faranno danni, la paura della grandine, mi mancano queste cose e mancano anche a lei, vorrei portarla fuori, farle attraversare quei campi, farle vedere che le stagioni esistono ancora, che sono belle, che possono guarire tante malattie, forse lei non guarirebbe, signora, ma sono sicura che le farebbe bene uscire da questa specie di incubatrice in cui l’hanno messa da anni e dalla quale non potrà mai uscire, se non quel giorno che ci auguriamo lontano, lontanissimo, stia tranquilla, adesso leggo ancora un poco, sono soltanto le tre, è buio fuori e l’infermiera e sua figlia stanno dormendo, chissà che cosa stanno sognando, forse una vecchia che soffre e una donna povera che le sta accanto leggendole un libro da cameriere, no, signora, non sognano noi, troppo poco per i loro sogni, troppo banali, soltanto problemi sappiamo creare, sogneranno cose divertenti, momenti in cui lei non c’è e neppure io, lontane, dimenticate, due fiori a lei, un biglietto per le feste a me, e poi nulla, un’altra vita, stia tranquilla signora, rimarranno sogni ancora per molto, lei ha il coraggio di chi non ha più nulla, io quello di chi non ha mai avuto niente, ci capiamo, siamo diventate uguali, nella nostra resistenza, ho visto che vuole ancora carezze, le passerò ancora la pezzuola profumata, le frizionerò le mani, come sono fredde, come sono magre, come sono grandi le vene che le solcano, le tratterrò un momento tra le mie, cercherò di trasmetterle un po’ della mia vita, della mia salute, me ne rimane tanta e non ho il tempo per spenderla, sono quasi le sei, chiuda gli occhi, cerchi di dormire un poco, alle sette la cambierò, le metterò le lenzuola profumate di lavanda, quella che cresce nei vasi sul mio balcone e che ho raccolto per lei, anche se tutti dicono che lei, signora, non se ne accorge neppure, poi arriveranno la luce, i rumori, l’infermiera, sua figlia e io tornerò a casa, finalmente anche io potrò stendermi in un letto, lontane per dodici ore, io sono la donna della notte, ma stia tranquilla signora, questa sera ritorno, col mio libro, la colonia, il silenzio, la voglia di aprire le finestre, la mia paura dei suoi occhi grigi, mi aspetti, signora, non muoia di giorno, vorrei starle vicina, vorrei aiutarla, penso che sia un momento così difficile, sa, e che lei non abbia più voglia di sopportarlo senza qualcuno che le sappia tenere le mani, che le sappia mettere l’ultima goccia di profumo perché arrivi di là senza questa puzza di chiuso e di muffa.