PER NON MORIRE DI NOIA
Si trovavano lì, ogni sera, da talmente tanti anni che nessuno riusciva a ricordarsi com’era cominciato, chi era stato il primo, chi c’era all’inizio e chi si era aggiunto dopo. Adesso, avevano tra i sessantasette e gli ottant’anni, arrivavano verso le sei, dopo il lavoro, in bottega o in campagna, perché l’età non importava, il lavoro era una parte della loro giornata e continuavano a lavorare, anche se con ritmi più lenti, alzandosi, al mattino, un poco più tardi, smettendo prima nel pomeriggio.
Adesso erano lì, tutti dieci, come ogni sera, estate o inverno, sole o pioggia, a raccontarsi le cose di sempre, di un piccolo paese di montagna in cui sembrava non succedere mai niente e, invece, qualche cosa da raccontare, alla sera, si trovava sempre. I silenzi erano lunghi ma avevano la musica degli sguardi, delle pause, delle cose dette mille volte e che una sola parola riusciva a evocare. Poi, nel silenzio ognuno ricordava, raccontava un’altra volta la sua storia, come la ricordava, come non era mai stata ma come era diventata.
Alle sette, mentre il campanile batteva l’ora, arrivava Andrea. Bicicletta da corsa, lucida e scintillante, completino da ciclista, maglietta rossa con le tasche posteriori, calzoncini blu col rinforzo, un panino al formaggio e una bottiglietta d’acqua. Non si sedeva, Andrea, sulle panchine dei vecchietti, quelle panchine dipinte di verde, un poco scrostate, sistemate sotto i tigli sul lato della chiesa parrocchiale, sotto la tettoia di plexiglass che una volta era stata di lamiera ondulata e prima ancora di legno. Andrea metteva la bicicletta leggermente inclinata e si appoggiava al telaio, rimaneva così, in silenzio, il bellissimo viso rovinato da quell’espressione cupa, poco intelligente, infelice. Guardava, il suo sguardo passava dagli occhi acquosi del falegname ottantenne a quelli dell’agricoltore settantenne, la pelle bruciata dal sole, lo sguardo vispo e ancora un po’ monello, nonostante l’età. Andrea, in silenzio, alle sette e venti mangiava il panino, alle otto meno venti beveva l’acqua, alle otto tornava a casa. Il contachilometri segnava 0,2: cento metri per arrivare in piazza, altrettanti per tornare a casa, I vecchietti lo conoscevano, raccontavano le loro poche parole anche a lui, senza aspettare risposta ma guardandolo talvolta con attenzione, una parte del gruppo con un modo tutto suo di comunicare, avevano imparato a comprendere il suo silenzio e il suo disagio nella storia del gruppo.
Alle sei e mezza arrivava Sandrino, si sedeva in un angolo della panchina, dava pacche affettuose sulle ginocchia dei vicini. Raccontava, lui sì che le parole le trovava sempre, chiacchierone inarrestabile, giovane spensierato, portava le ultime novità. Sapete chi arriva questa sera, proprio qui sulla piazza del paese? E ogni volta era un nome importante, un politico, un calciatore, un attore, una soubrette della televisione. Gli aveva appena parlato al telefono, gli aveva assicurato che sarebbe arrivato verso le dieci, che organizzasse tutto, che tutto il paese fosse lì ad aspettarlo. I vecchietti lo guardavano con aria interessata, come se credessero a tutte le sue parole, gli facevano domande sul personaggio, cercavano di farlo parlare a lungo: i racconti di Sandrino sembravano veri, tanto lui credeva a ciò che raccontava.
Domani sera gli chiederanno se anche lui era in piazza e Sandrino risponderà, come sempre, che no, che lui era andato a dormire, che quella persona la conosceva talmente bene che si vedevano quasi tutti i giorni e che era inutile, per lui, andare in piazza, dove non sarebbero neanche riusciti a parlarsi tranquillamente. Peccato, gli dicevano gli altri, perché era stata una serata bellissima, mai visto niente di simile in paese e Sandrino sorrideva, felice del suo successo. Ma ci credeva a quello che raccontava? Come nascevano, nella sua testa, queste fantasie? La sua larga faccia sempre sorridente, di bambino felice che si racconta le fiabe prima di raccontarle agli altri, commuoveva i vecchietti che con lui scherzavano, lo prendevano un poco in giro, ma senza cattiveria, perché era l’unica voce allegra, spensierata, che si sentisse da anni. Sandrino guardava Andrea, gli chiedeva se lui ci sarebbe stato, questa sera, alla festa al calciatore famoso appena tornato dai mondiali, e Andrea lo guardava senza rispondere, con quel dolore sordo che lo stringeva e a cui nessuno sapeva dare un nome né mettere rimedio. Sandrino sorrideva, un largo sorriso senza destinatario, un sorriso al mondo, al piacere di vivere.
Alle otto se ne andava anche l’ultimo vecchietto, ognuno a casa, qualcuno viveva solo, qualcuno aveva una moglie, una sorella. Un piatto di minestra, un pezzo di pane e una fetta di formaggio, le mele del prato. Si cenava così e si andava a dormire, presto, domani si lavora. Giornate uguali una all’altra, seguendo le stagioni, i piccoli acciacchi della vecchiaia, le feste sempre più tristi man mano che il paese si svuota e la gente diventa più vecchia.
Il campanile batte il settimo rintocco e uno sguardo interrogativo attraversa il gruppo di vecchietti, rimangono a guardare nella direzione da cui, ogni sera, da anni, esattamente in quel momento era apparso Andrea. Oggi, il silenzio della strada cubettata, il ramo dell’albero che sporge leggermente, il gatto che attraversa tranquillamente alla ricerca di un posto in ombra.
Rimangono in silenzio, più del solito, in attesa preoccupata, spersi di fronte a un cambio improvviso di abitudini a cui stentano ad adattarsi. Silenzio, la campana ribatte le sette e nessuna bicicletta attraversa la piazza.
Venite con me, accompagnatemi, è successa una disgrazia, Il parroco è uscito dalla sacrestia correndo, attraversando il gruppo di vecchietti che lo seguono, adesso, senza sapere quale sarà la loro meta. Attraversano la piazza e la sorella di Andrea li aspetta piangendo. Li fa entrare in casa, li porta nella camera del fratello. Morto, disteso sul suo letto da ragazzino, Andrea ha un viso composto, dolce, ha perso quell’espressione cupa che gli hanno sempre visto, quella ruga che gli ha attraversato la fronte per anni. Adesso è tranquillo, per la prima volta sulle sue labbra si scorge un leggero sorriso, sembra strano che non si metta anche a parlare. No, la sua voce non l’hanno mai sentita e non la sentiranno, Solo adesso si chiedono se, forse, non fosse muto, se il suo problema non fosse un carattere chiuso e un po’ strano ma il mutismo. Lo guardano con i loro occhi vecchi e stanchi ma ancora vivi, spersi di fronte a quella giovinezza svanita, abbandonata. Un vecchietto guarda l’orologio sul cassettone e vede che è l’ora dell’arrivo di Sandrino. Gli corre incontro, gli parla, lo porta lontano, camminano insieme per il paese, lontani da quella casa, da un dolore che il giovane potrebbe non sopportare. Parlano di calciatori, di attori, di politici, di quell’attore televisivo che quella sera arriverà in piazza e farà ridere tutto il paese. Mi raccomando, consiglia, non mancate, non potete perdervi uno spettacolo simile. No, lui come sempre non ci sarà, starà a casa con la mamma paralitica, anziana, che può contare soltanto sulla sua compagnia e, poi, andrà a dormire presto, come tutte le sere, dopo che la ragazza sarà venuta a mettere a letto la mamma. Vivono insieme, lui e quella povera donna sulla sedia a rotelle, due pensioncine minime, poche esigenze, anche la ragazza che aiuta la mamma è una parente, che viene negli intervalli tra un lavoro e l’altro.
Andrea è stato sepolto nel piccolo cimitero, tutto il paese ha partecipato alla cerimonia, alla messa, all’accompagnamento, Sandrino è stato preparato con cura dai vecchietti che gli hanno spiegato alcune cose, non che si è ucciso, forse non lo avrebbe neppure capito. Ha lasciato una lettera alla sorella, la sua unica compagnia da sempre, da quando i genitori erano morti tanti anni prima, in cui le chiede scusa e la prega di regalare la sua bicicletta e la sua tenuta da ciclista a Sandrino. È l’unica cosa che ha, oltre alla metà della casa che adesso sarà tutta della sorella e i due prati dove vivono tre meli e due susini e sui quali tutti i bambini del paese sono saliti infinite volte a giocare a pallone e a mangiare la frutta. Anche i prati saranno della sorella, che continuerà a fare la sarta per i pochi paesani, a rammendare vecchie giacche e pantaloni sfondati sulle ginocchia.
Sandrino arriva in piazza sulla bicicletta di Andrea e tutto è cambiato, adesso la bicicletta non è più il supporto del suo padrone, è appoggiata al muro, chi ne scende non è avvolto da un cupo silenzio ma da un mare di magiche e fantastiche parole, anche la strada che deve percorrere è più lunga, quasi duecento metri da casa alla chiesa.
Mesi di silenzi anziani e di giovani parole, di assurde fantasie che scoppiano all’improvviso tra le rughe dei vecchi, davanti ai loro occhi lacrimanti. Le foglie dei tigli cadevano e rinascevano, il muro della parrocchia si riempiva pian piano di muffe, le panchine perdevano pezzetti di vernice e sulla struttura di ferro fioriva la ruggine, il plexiglass della tettoia aveva perso la lucida trasparenza dei primi tempi, i vecchietti continuavano a riunirsi, a raccontarsi storie, piccoli incidenti, nuovi lavori, Sandrino aggiornava il suo archivio mentale con i nomi dei nuovi cantanti, dei calciatori del momento, dei parlamentari appena eletti, delle nuove ballerine televisive, continuava a organizzare le serate a cui invitava tutto il paese e alle quali non partecipava ma delle quali, il giorno dopo, chiedeva mille particolari, com’era vestito, di che cosa aveva parlato, che cosa aveva cantato, in quale squadra aveva detto che avrebbe giocato la prossima stagione. E ogni volta sorrideva soddisfatto, alle risposte precise dei vecchietti, come se tutto quello che era successo fosse merito suo, se la celebrità dei partecipanti fosse dovuta al semplice fatto di conoscerlo.
La mamma di Sandrino morì in una sera d’inverno. Li trovò la cugina al mattino; Sandrino le stringeva una mano e piangeva, non sapeva esattamente che cosa fosse successo ma era triste, capiva che qualche cosa era cambiato e che non era una bella cosa. Quando arrivò la cugina si lasciò accompagnare nella casa del parroco: la sua mamma aveva lasciato scritto nel testamento che la casa e i terreni erano destinati alla parrocchia che, in cambio, si sarebbe presa cura di suo figlio, di quel bambino inutilmente cresciuto, per tutta la vita.
Lavorava in sacrestia, lavava i pavimenti della chiesa, accendeva e spegneva le candele e, soprattutto, mangiava, col parroco, ogni sera alle sette e trenta. Così i vecchietti persero la nota gioiosa del gruppo, le loro serate immaginarie, i racconti scambiati, le fantasie, la fantasia.
Sembra che si sia spenta una stella e che, adesso, al suo posto ci sia un buco nero, disse una sera uno dei vecchi, e che si sia risucchiato tutti quei calciatori, quelle star dello spettacolo, quei senatori di cui non si sapeva più niente.
Alla sera, sotto le chiome dei tigli che in quei giorni stordivano col loro profumo, occhi stanchi cercavano tra le stelle e le nuvole un buco nero, un angolo di cielo da cui sgorghi all’improvviso una canzone, un balletto, un gol, qualunque cosa, per non morire di noia.
gabriella bona