OSCAR

Mi ricordo soltanto le sue scarpe. Nuove, di vernice nera, lucidissima e con le suole di cuoio che non avevano mai sfiorato il terreno.

Tutto il resto è una nebbia vaga, dopo quarant'anni: una stanza lunga e stretta, un armadio scuro, un tavolo con una fotografia, fiori, gente che entra ed esce e una bara, laggiù, in fondo. Un bambino che non era riuscito a compiere un anno e che vedevo per la prima volta, morto.

Quando, alcuni mesi prima, un cugino di mia nonna mi aveva chiesto di essere la madrina del loro bambino, mi ero sentita al centro del mondo. Era la prima volta che qualcuno mi chiedeva di fare una cosa che mi sembrava riservata agli adulti e avevo soltanto tredici anni. Il cugino e la moglie avevano già compiuto i quaranta e avevano una figlia ventenne, quel bambino era per loro una gioia grandissima, si sentivano di nuovo giovani, erano pieni di entusiasmo e avevano pensato a me.

In casa, per vari motivi, non ero tenuta in grande considerazione: i miei bisogni e i miei desideri venivano sempre dopo quelli degli altri. Mi ero abituata a fare la coda e spesso, come talvolta succede dal panettiere, quando arrivava il mio turno, il pane era finito. Come un passerotto mangiavo le briciole ma in quei giorni mi sentivo un'aquila reale e sognavo il giorno del battesimo, il momento in cui avrebbero messo il bambino tra le mie braccia, il vestito elegante, il prete che veniva verso di me e tutti gli sguardi che convergevano nel punto in cui c'era il piccolo e in cui c'ero anch'io, l'aquila reale che per un giorno avrebbe attraversato il cielo facendo dimenticare l'uccellino che saltella da un ramo all'altro.

Sognavo, poi correvo dalla nonna piena di dubbi, ma mi avrebbero lasciato tenere in braccio il bambino anche se ero ancora piccola? E lei mi accarezzava e mi tranquillizzava e sognava con me. Soltanto noi parlavamo di quel giorno, a nessun altro sembrava interessare.

Poi il giorno fu deciso, arrivò dal paese in cui il cugino abitava un biglietto indirizzato a mio padre. È di Luigi, disse subito, poi vidi il suo sguardo farsi serio mentre leggeva. Lo passò a mia madre e disse: che cosa facciamo? Tutto mi crollò addosso: avevano cambiato idea? Volevano un'altra madrina? Invece, sentii la voce sicura di mia madre che diceva: andiamo al matrimonio. E chi si sposava?

Nella mia famiglia esiste un'ala povera, quella di mio padre, e un'ala ricca, quella di mia madre, e se un cugino di mia madre si sposa nello stesso giorno in cui si battezza un cugino di mio padre, si va al matrimonio. Anche se io avrei dovuto essere l'aquila madrina, dovevo andare a fare la cuginetta uccellino. E quel giorno, anche se a nome mio, fu sua sorella a tenerlo tra le braccia, mentre il prete lo benediceva e io piangevo lontana da lì lacrime di rabbia e di delusione.

Per tutta l'estate chiesi a mio padre di andare un giorno da quel bambino, volevo vederlo, conoscerlo, stare con lui, tenerlo in braccio, anche se non sarei più stata l'aquila reale. Ma mille impegni ci impedirono la gita, nonni lontani da andare a trovare, strani raffreddori al mese d'agosto, pericolo di code in autostrada che con l'autunno diventarono le bronchiti di mia sorella, i compiti da finire e, in inverno, le strade gelate, ancora compiti, raffreddori, bronchiti.

A metà gennaio, un giorno mio padre tornò a casa con un'aria tragica: è morto.

Due giorni dopo correvamo verso quel paesino, verso il centro di tanti sogni, verso un bambino che non ho mai potuto tenere in braccio e che se ne andava lontano con le sue scarpe nuove.

gabriella bona

 

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