IL MIO FUNERALE
Il mio funerale si svolse in una gelida e piovosa giornata di novembre. Alle dieci del mattino il cielo basso e completamente nero sembrava seppellire la città, larghe strisce d’acqua scorrevano lungo i marciapiedi e ombrelli neri correvano lungo la strada coprendo visi tristi, impermeabili e alti stivali.
Nell’automobile nera ero seduta dietro, vicino alla portiera e con mia madre e mia zia alla mia destra; davanti mia sorella e mio padre alla guida. Sentivo la pressione della spalla di mia madre, dura e ossuta; come se in essa passasse la corrente elettrica, sentivo bruciare la pelle sotto i vestiti. A diciassette anni, quel giorno, avevo il volto di una vecchia, il cielo tingeva di grigio i miei capelli neri, il volto bianco e quasi senza carne, le ossa degli zigomi che sembravano voler forare la pelle e gli occhi, immensi laghi neri, troppo disperati per riuscire ad avere ancora qualche espressione.
Sentivo il silenzio dell’abitacolo, i piccoli singhiozzi di mia sorella, vedevo il tremito delle sue spalle nel cappotto nero, sapevo che era l’unica persona che mi voleva bene, che mi era vicina. Potevo soltanto immaginarlo il suo volto, continuava a guardare fisso davanti a sé la lunga coda di macchine del corteo funebre. Ma sapevo che i suoi occhi erano diventati grandi, arrossati e umidi, il suo volto tumefatto dal dolore e il suo mento che si restringeva verso la bocca nel tentativo di smettere di piangere. L’avevo vista troppe volte piangere in quel modo per non riuscire a immaginarla perfettamente.
Di mio padre, dietro al poggiatesta, non vedevo nulla, ma il suo viso di pietra delle grandi occasioni tragiche non mi era affatto nuovo e di mia zia vedevo soltanto le ginocchia e le mani bianche e lunghe che torturavano l’orlo della gonna. Era l’unica, in quella macchina, di cui non potevo immaginare il viso in quel momento: la conoscevo troppo poco e non l’avevo mai vista in momenti importanti e dolorosi. Ma dovevo rimanere ferma, già in quella posizione sentivo anche troppo bene gli sguardi acidi di mia madre che mi perforavano. Sentivo fino in fondo quanto odio c’era in lei. Come avevo osato infangare il nome della famiglia con un gesto simile? Abbassai gli occhi sui polsi, il sangue era ormai sparito, soltanto due sottili fessure violacee attraversavano la pelle. Di lì era uscita l’ultima, disperata richiesta di aiuto, di comprensione. E ora la sua spalla rovente, il suo sguardo cattivo, erano la dimostrazione che mai avrebbe pensato di chiedersi il perché, per tutta la vita avrebbe soltanto continuato a maledirmi.
Le auto attraversavano lentamente la città, sguardi di curiosi e sconosciuti si volgevano a seguirci, per un attimo, per tornare subito all’attenzione agli schizzi delle macchine.
Il furgone funebre si fermò proprio davanti all’entrata del cimitero, i due becchini scesero a estrarre la bara e la caricarono, nera, ancora più nera e luccicante sotto la pioggia che la bagnava, sopra un carretto sgangherato. Le automobili si fermarono in cerchio, formando come una corona, l’unica al mio funerale, attorno al parcheggio. Uno sventolio di ombrelli neri annunciava la discesa dei loro occupanti che in fila silenziosa si incamminavano dietro alla bara, lungo i sentieri tra le tombe. Con attenzione posavano i piedi attorno alla fossa, per non inzaccherarsi le scarpe.
Seguivo il corteo, mia madre non ha avuto il coraggio di voltarsi a guardarmi nemmeno una volta, durante il tragitto. Quando tutti furono fermi davanti alla fossa, soltanto io continuai a camminare verso i seppellitori che già lanciavano zolle di terra sulla bara. Due ali di persone si aprivano man mano al mio passaggio finché sull’orlo del buco funebre mi girai verso di loro e mi lasciai cascare all’indietro. La terra continuava a cadere con grosse gocce di pioggia. Vidi il viso di mia sorella, un fiore rosso e un singhiozzo ruppe per un attimo il silenzio.