GERUNDIO

Gerundio Marzè si era ormai abituato al suo nome. Come si erano abituati a sentirlo chiamare così sua moglie e i suoi figli.

Anche se, ogni volta che era obbligato a declinare le proprie generalità, davanti a lui nascevano sorrisi ironici, sguardi stupefatti e arie interrogative, Gerundio non ci faceva più caso: ne aveva visti troppo e, come per ogni cosa, a un certo punto, di fronte ad atteggiamenti abbondantemente reiterati, si finisce per farci l’abitudine, a non pensarci più.

Quando era un ragazzino avrebbe preferito chiamarsi Paolo, avrebbe scelto di essere preso a ceffoni piuttosto che dover dire ancora una volta di chiamarsi Gerundio. Ma gli anni non erano passati invano, almeno per questo.

Il nonno di Gerundio era un povero agricoltore, riusciva malamente, con l’aiuto di una bellissima e operosissima moglie, a dar da mangiare ai sei figli. Ma su una cosa era stato inflessibile: tutti, i tre maschi e le tre femmine, avrebbero studiato, avrebbero fatto le scuole medie e non l’avviamento come si usava allora, in tempi in cui c’erano ancora tanti ragazzi che non andavano oltre la scuola elementare e la scuola media era solo per i ricchi. Alba, Franca e Marisa avevano finito la scuola e avevano cominciato a lavorare come sarte. Tra i maschi, Giorgio e Luigi avevano soltanto cominciato, alla bocciatura in prima media si erano fermati ed erano tornati sui pascoli e negli orti. Ludovico, invece, non soltanto aveva finito la scuola ma aveva continuato, si era diplomato maestro e gli era venuta una strana passione per la coniugazione dei verbi collegata all’onomastica.

Passava, lo studente, ore sulle guide del telefono, cercando tutti i nomi e i cognomi che fossero la coniugazione di qualche verbo, conosciuto o sconosciuto, transitivo o intransitivo, regolare o irregolare, ausiliario, servile o altro.

Passava, il maestro, ore sui registri della classe, alla ricerca degli allievi con nomi verbali, per i quali aveva poi sempre un rispetto particolare, un affetto speciale, un ricordo struggente ogni volta che, finito il quinto anno, lo lasciavano per studi a livelli più alti.

Cercava, Ludovico, nomi che potessero essere dati ai suoi figli, quando fossero arrivati, perché era convinto che un nome verbale sarebbe stato notato, rispettato, ammirato più che i nomi normali e che anche chi li aveva imposti ai propri figli avrebbe goduto di una diversa considerazione nell’ambito degli umani vicini e lontani.

I primi due, gemelli, furono Guido e Remo. Due bambinoni belli grassi già al momento della nascita, due grati sorrisi di ringraziamento a un padre verbalmente affettuoso. Il vecchio impiegato dell'anagrafe aveva registrato i nomi, stretto la mano di Ludovico e augurato felicità.

Tutti, quando conoscevano Remo e scoprivano che aveva un fratello gemello gli chiedevano se si chiamava Romolo, naturalmente. Remo, con tutta calma spiegava che suo padre aveva il pallino della grammatica e non quello della storia e che, per questo suo fratello era Guido. La risposta era alquanto sibillina ma a Remo poco importava, in fondo gli equivoci lo stuzzicavano e lo divertivano.

Gustavo nacque tre anni dopo e sarebbe stata Gustava se fosse stata una bambina. Anche lui bello e grasso e grato dell’attenzione, portava il nome non molto comune con tranquillo divertimento, sapendo che non era proprio un nome, il suo, ma soprattutto un imperfetto. Alcuni dubbi erano sorti ai genitori, proprio perché imperfetto è contrario di perfetto e temevano che potesse influire sulla crescita fisica e intellettuale del bambino. Ma poi, visto che si sa che nessuno è perfetto, avevano scelto Gustavo con tranquillità. Il vecchio impiegato dell'anagrafe aveva registrato i nomi, stretto la mano di Ludovico e augurato felicità.

Alla terza gravidanza era arrivata, finalmente, la tanto desiderata bambina: Donata e il vecchio impiegato dell'anagrafe aveva registrato i nomi, stretto la mano di Ludovico e augurato felicità.

Durante la quarta gravidanza il vecchio impiegato dell'anagrafe andò in pensione e venne sostituito da uno nuovo, particolarmente pignolo e inviso a tutta la popolazione: si divertiva a trovare ogni pretesto per mettere in difficoltà i cittadini che si dovevano rivolgere al suo ufficio.

Intanto, la gravidanza proseguiva e si pensò di chiamare l'ultimo pargolo Armando, nome nobile, agguerrito, segno di un uomo che doveva nascere per dirigere, per essere sempre ai primi posti. Ma stranamente, la forma verbale del gerundio creò più problemi dell’imperfetto. Forse perché participi, gerundi e infiniti erano sempre quelli che, sulle grammatiche, chiudevano, e con poche voci, la coniugazione dei verbi, si fecero ampie discussioni sul nome del piccolo nascituro. Furono coinvolti parenti e amici, colleghi di lavoro e qualche studioso locale e ogni volta i pro e i contro riuscivano a pareggiare, tanti a favore, tanti contrari. Eppure Armando sembrava la giusta conclusione di una famiglia di verbi, un omaggio all’attenzione a tutti i tempi, non soltanto quei presenti e quegli imperfetti così comuni da rischiare, talvolta, di essere banali.

La data del parto si avvicinava e i dubbi continuavano, sì, no, forse, ma non c’è altro?

La signora Marzè fu ricoverata in ospedale un giovedì e, alle sette di sera, nacque il quinto figlio, bello e sorridente come i suoi fratelli ma ancora senza nome. I dubbi continuavano. Al venerdì mattina il signor Marzè si presentò al bar della piazza con i suoi dubbi, le occhiaie di una notte insonne e una grandissima voglia di un caffè e di un croissant al cioccolato. Nessun problema per la colazione, che gli fu offerta tra un tripudio di applausi e di congratulazioni. Le occhiaie rimasero al loro posto e si riaprì la discussione cittadina sul nome. Ormai era ora di decidere e in tempi strettissimi. Diedero la loro opinione il medico e il postino, l’impiegato del catasto e la farmacista, la fruttivendola dell’angolo e il direttore della banca, la pediatra e l’architetto che ogni anno trascorreva le vacanze in paese. Alla fine, la lieta combriccola si trasferì in municipio, allegra più del dovuto perché dopo i caffè e i cappuccini si era passati agli aperitivi e agli spumantini, ai salatini e alle olive che invitano a bere qualche cosa di più sostanzioso che l’acqua minerale.

Di fronte all’ufficiale di stato civile, impettito nel compimento del suo dovere, la discussione continuò, allargandosi anche alla sindaca, al ragioniere capo, alla signora delle pulizie che stava facendo il lavaggio straordinario dei lampadari, al messo che aveva finito di distribuire i suoi messaggi ai cittadini e ancora le posizioni erano favorevoli e contrarie in modo quasi paritario. Poi, fu la sindaca a dare il colpo giusto, citando un illustre cittadino, già sindaco e vittima di un rastrellamento fascista, che aveva portato quel nome.

Il signor Marzè disse allora la famosa e fatidica frase: “Vada per il gerundio”.

E l’ufficiale di stato civile, per una volta distratto o forse offuscato dalla propria puntigliosa ottusità, accanto ai puntini che sul suo modulo seguivano la voce “nome”, scrisse, in perfetta grafia “Gerundio”.

Firmarono tutti, battendosi pacche sulle spalle, tra abbracci e baci e tornarono al bar per proseguire i festeggiamenti.

Quando l’errore, dopo qualche tempo, venne alla luce, non si poteva più fare nulla, il nome era ormai registrato ufficialmente i il bambino si chiamava, senza possibilità di correzioni, Gerundio.

Il parroco lo aveva battezzato Armando e la signora Marzè tentò per tutta la vita di chiamarlo così ma i risultati furono di poca durata: già alla scuola materna le maestre fecero notare che era meglio chiamare i bambini con il loro vero nome, per non creare confusioni. E alle elementari, nonostante gli scherzi e le risate dei compagni, Gerundio riuscì a portare con assoluta dignità e notevole divertimento il suo strano nome, nato da un equivoco ma che non avrebbe mai potuto, almeno, creare casi di omonimia.

Gerundio Marzè è cresciuto, ha fatto la scuola media unica che non ha mai fatto innamorare nessuno della grammatica e della coniugazione dei verbi, ha studiato da geometra e ha chiamato i suoi figli Marco e Anna.


gabriella bona

 

 

 

 

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