BarBara

BarBara: perché lei si chiama Barbara e perché il suo locale è un piccolo chiosco di fianco al cimitero.

Un bancone semplice semplice, la macchina per il caffè, un angolo per le brioche, un frigorifero, due tavolini rotondi e sei sedie. I soldi erano finiti e l'arredamento era rimasto quello.

L'unico tocco davvero notevole era la targa che sormontava l'ingresso, un neon azzurro, scelto apposta perché abbastanza visibile e allo stesso tempo non volgare o chiassoso, cosa che avrebbe potuto infastidire i parenti in lacrime. Due ali dello stesso colore sembravano abbracciare la seconda B ma davano anche una sensazione di leggerezza, di volo, di anima che decolla per il giusto eterno riposo.

L'inverno, lungo, umido, uggioso, i clienti che entrano con aria mesta chiedono un cappuccino e una pasta, si soffiano il naso e tentano di darsi un'aria addolorata. Qualche volta ce l'hanno davvero e Barbara si stupisce, finisce per offrire il caffè, tanto è raro un dolore vero a un funerale. O forse chi è triste davvero non si ricorda neppure che il bar esiste, pieno del proprio dolore e così sfugge a Barbara e alle sue statistiche?

Un giorno ha visto una ragazza seduta sui gradini fuori dal cimitero piangere singhiozzando. Eppure non doveva essere una parente stretta, sarebbero venuti a cercarla, non avrebbero fatto finta di non vederla quando se ne erano andati tutti, soltanto uno che le aveva carezzato lievemente i capelli senza dire una parola. Era uscita, Barbara, con un bicchiere d'acqua e si era seduta anche lei, in silenzio, ad ascoltare quei singhiozzi. Quando la ragazza aveva finalmente alzato la testa, si erano sorrise, quel bicchiere scolato in un sorso e un altro sorriso, un grazie pieno di lacrime e di dolore. Poi si era alzata senza dire una parola, aveva abbracciato Barbara e se ne era andata, curva e guardando il marciapiedi con gli occhi rossi e gonfi.

Lei al bar non sarebbe andata, non si sarebbe neanche accorta del chiosco, del neon, delle ali che stavano portando chissà dove l'anima che aveva amato. Anche se all'anima non ci aveva mai creduto, perché in quei momenti o ci credi o ti fa rabbia, una rabbia tremenda non crederci anche tu, che un'anima esista, che un giorno ci si potrà rivedere.

In estate si fermano i ciclisti, si prendono la pasta e una bibita, chiacchierano tra loro in quell'arcobaleno di colori, magliette, calzoncini, borracce, biciclette che scintillano al sole. “Dai, Barbara, vieni a farti un giro con noi” e ogni tanto ci va, quando al martedì il chiosco è chiuso per turno, a pedalare un poco. Qualche chilometro, mica tanti, perché il fiato non le regge e le gambe un po' meno. Ma poi si fermano su un prato e si fanno raccontare le storie che succedono, i discorsi che non può fare a meno di sentire, tanto è piccolo il chiosco. Parenti che si siedono al tavolino e litigano per quattro soldi, grassi signori che ordinano liquori e ridono come pazzi raccontandosi barzellette sconce, sì, subito dopo aver seppellito un nonno o un cliente o un vicino di casa o chissà chi, ma sicuramente qualcuno al cui funerale non potevano mancare. Qualcuno di cui non gli importava niente, qualcuno per il cui funerale avevano dovuto perdere tutto quel tempo, e forse anche quell'affare, e forse un appuntamento galante e allora si rifacevano così, ridendo tra loro, la piccola vendetta.

La domenica no, quella era una giornata speciale, visto che non c'erano funerali e i dolori che venivano portati fin lì erano già stagionati, dai giorni o dagli anni non importa, era un ritorno e non un arrivo. Erano quasi tutte donne, figlie, vedove, fidanzate, mamme, come sempre nel dolore sono le donne quelle che sono presenti, che hanno il coraggio di esserci. Al cimitero come in Plaza de Mayo, vicino ai tossici, agli handicappati, ai carcerati, ci sono sempre le donne. Forse sono più forti, forse soltanto hanno il coraggio di dire il proprio dolore e di mostrarsi.

Dal lunedì al sabato i cortei sfilano silenziosi, qualcuno si ferma a comprare i fiori da Miriam, qualcuno in estate si disseta e si rinfresca alla fontanella, si stringono nei cappotti mentre scendono dalle macchine quando le temperature erano più rigide, parcheggiano le macchine e aspettano le altre, si formano i gruppetti, di amici, di parenti, poi si mettono tutti dietro al feretro, li vede entrare lentamente, aspetta che escano, più veloci, più disordinati, aspetta che qualcuno veda il chiosco, si fermi per un caffè, una bibita fresca quando il sole picchia duro o per un momento di calore nelle giornate di brina.

E rimane a guardarli, ad ascoltarli.

Qualche volta fa due passi tra le tombe, verso sera, quando non c'era più nessuno, a guardare le lapidi, i fiori, a inventare storie che forse, qualche volta, dopo averne inventate tante, possono anche essere vere.

gabriella bona

 

 

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