14 ottobre 2001

Dopo essere riusciti a produrre pomodori cubici e angurie a forma di parallelepipedo, abbassando notevolmente le spese di spedizione sui mercati nazionali ed esteri, gli Stati uniti decisero che non c’era più alcuna ragione per mantenere la sfericità del pallone da calcio.

Ma con il pallone a forma di cubo si giocò una sola partita e le cronache del tempo riportano soltanto poche righe, in parte perché il calcio, nel 2001, non era sport popolare negli USA, in parte perché si capì subito che lo spigoloso solido sceso in campo non avrebbe avuto futuro ed era, quindi, inutile parlarne.

L’unica testimonianza è una lettera, inviata a un giornale locale, da un sessantacinquenne italo-americano che, dopo una vita dedicata al faticoso mestiere di panettiere, era ormai in pensione e aveva finalmente il tempo per seguire il calcio e per scrivere lettere.

Il testo del suo scritto è riportato integralmente: anche se il cubo è stato una meteora, vale comunque la spesa di mantenere viva una strana pagina della storia del calcio.

Egregio direttore,

ho lasciato l’Italia nel 1950, ancora ragazzo e a pochi mesi dalla tragedia di Superga in cui il Grande Torino che amavo ci lasciò per sempre. Partii con i miei genitori, un fratello e tre sorelle in cerca di fortuna. Con noi portavamo un piccolo baule con le cose più care ma dentro di me batteva un cuore grande, un cuore granata con cinque scudetti cuciti sopra.

Al nostro arrivo negli Stati uniti la vita fu, almeno nei primi tempi, ancora più dura che in Italia. Ci mancava tutto: la casa, il lavoro, i nonni e gli altri parenti. E a me mancava il calcio.

Qui non sapevano neppure che cosa fosse tirare calci a un pallone!

Poi, ci siamo trasferiti ad Atlanta e incredibilmente ho ritrovato il pallone. Non solo: qui c’erano due squadre che giocavano nel campionato maggiore: i Bulls di cui mi innamorai subito anche se erano vestiti di nero e verde e gli Young People, una squadra piccola e con pochi tifosi ma con le spalle coperte da un gruppo di medici e avvocati importanti che hanno sempre preteso di fare il bello e il brutto tempo a loro piacimento.

Ho seguito i Bulls, e di conseguenza gli Young People, per tutti questi anni, anche ieri, nella giornata più incredibile che il calcio abbia vissuto.

Negli Stati uniti non si fanno esperimenti. Qui sono tutti convinti che, se un’idea è venuta in mente a loro, non può che essere perfetta. Così la trovata del pallone cubico l’hanno applicata subito, appena pensata, e in una partita difficile e importante come il derby di Atlanta.

Noi partivamo con un punto in più e, quindi, ci bastava un pareggio per mantenere le distanze e salvarci. Loro dovevano per forza vincere. E il pallone diventa un cubo, con le sue sei facce quadrate e un quadretto nero su ogni faccia.

All’inizio nessuno sapeva bene che cosa fare, quel pacco veniva preso a calci per mandarlo da una parte e andava dall’altra, quasi non si muoveva o faceva salti ridicoli. Senza la possibilità di dargli una botta da sotto, non si riusciva a farlo decollare così si trascinava di qui e di là senza senso, passando senza logica da un giocatore all’altro.

Eppure, incredibilmente, gli Young People sono riusciti a segnare due reti spiazzando completamente il nostro portiere e sul due a zero abbiamo cominciato a disperarci. Ci guardavamo, delusi e depressi, con le lacrime agli occhi e non ci volevamo credere. Abbiamo cantato ancora più forte, li abbiamo incitati e sono arrivati i due gol, il pareggio, la felicità.

Mancava così poco alla fine che la partita sembrava veramente chiusa: il cubone saltellava a centro campo, troppo lontano dai due portieri. Poi, è arrivato quel biondino strafottente, ha preso il pacco dai piedi di uno dei nostri e l’ha preso a calci per un bel po’ e quando è stato in area ha provato a tirare. Da quella posizione non sarebbe riuscito a fare niente ma l’arbitro ha visto un rigore. Non so se c’era, era dall’altra parte del campo e io, con l’età, non ho più una gran vista.

Ha alzato il braccio e indicato il dischetto, quello non so perché è rimasto rotondo, e tutti si sono messi a litigare. I nostri dicevano che non era rigore, si capiva dai gesti agitati, e gli altri che sì, che il rigore c’era e bisognava tirarlo.

A un certo punto ho visto il nostro Buthope, lo si riconosce sempre, anche da lontano, così sottile e tranquillo, con i capelli che gli cadono sulla faccia e i calzettoni un po’ ciondolanti sui polpacci. Ha cominciato a battere con la punta del piede in mezzo all’area, poi si è guardato intorno, gli altri, un poco più in là che continuavano a gesticolare, l’arbitro che faceva segnali e lui che faceva due passi e poi tornava lì, a zappettare in quel punto. Anche il mio amico ha visto e non riusciva a capire.

Poi, quel piccoletto con le gambe storte ha preso su il suo cubo ed è andato per tirare il rigore e noi ci siamo sentiti i brividi di freddo nella schiena e abbiamo visto il fantasma della retrocessione sghignazzare di fianco al nostro portiere.

Il piccoletto ha tirato e il pallone, il cubone, quel pacco strano è andato fuori, lontano dalla nostra porta.

Felicità, felicità, felicità! Siamo salvi e loro retrocessi!

Alla sera, alla televisione, abbiamo visto e capito. Il cubo era storto, abbastanza inclinato per finire fuori, deviato da alcuni ciuffi d’erba e da un piccolo avvallamento del terreno, quello procurato dal laborioso picchettamento del nostro Buthope, un genio! Il dislivello era minimo ma è bastato perché uno spigolo del cubo lo toccasse e anziché volare abbia fatto soltanto un rigurgito di pochi metri.

Tutti hanno concordato che, nonostante l’idea fosse stata geniale, il pallone cubico non poteva funzionare: una cosa simile, con il vecchio e caro pallone rotondo, non sarebbe mai potuta succedere.

Cordiali saluti. Mario Ferrero”


gabriella bona

 

 

 

 

 

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