BOCCIA IL DOPING!

 

Boccia il doping

Testo di Gabriella Bona
Disegni di Gianna Pascarelli

 


 

 

 

La corsa al doping è talmente veloce che le mie parole si trasformeranno in resti archeologici prima che scriva il prossimo paragrafo.
Juan M. Botella

 

 

 

L’8 luglio 2003 nel lancio Ansa “Doping: due positivi nelle bocce” leggiamo che Salvatore Rizzo e Silvio Dalta, tesserati per la Federazione italiana bocce, sono risultati positivi a un esame antidoping: atenololo (un beta-bloccante) per Rizzo, benzoilecgonina (un metabolita della cocaina) il secondo.
Anche le bocce? Di fronte a questa notizia a molti sono cadute le braccia e le speranze.

Nel mese di dicembre 2003, si diffuse la notizia che Eberhard Kliesch, un tedesco lanciatore di martello di 63 anni, era stato trovato positivo all’esame antidoping per assunzione di metandienone (uno steroide anabolizzante).

E quando nell’ottobre del 2006 abbiamo scoperto che anche Luca Michieletto era stato trovato positivo all’antidoping (per un metabolita della cocaina) nella specialità del tiro alla fune, abbiamo cominciato davvero a pensare che nessuno fosse innocente, che forse anche la massaia, prima di recarsi al mercato con la sua bicicletta, per metterci meno tempo o per poter portare una maggior quantità di merce, prima di partire si facesse una “bomba”.

Il doping dilaga in tutti gli sport, a tutte le età e in tutte le categorie; l’industria farmaceutica riesce a mantenere diverse lunghezze di vantaggio su coloro che tentano di trovare le sostanze usate in modo eccessivo o improprio e su chi cerca di sanzionarne l’uso.
Raffaella Ferrero Camoletto nel libro Oltre il limite (Il Mulino 2005) scrive che “si parla di quasi 400.000 sportivi, in larga maggioranza dilettanti, che fanno uso di sostanze”. Ma soltanto pochi mesi dopo il procuratore antimafia Pier Luigi Vigna stima in 500.000 coloro che assumono sostanze dopanti. L’associazione Libera, nel novembre 2008, stima in 600 milioni di euro l’anno il giro di affari sul doping in Italia.

Sono sempre più numerosi i siti Internet che offrono prodotti dopanti e un mercato nero di sostanze rubate o prodotte senza controllo continua a crescere e a creare sempre più problemi per la salute degli atleti ma anche un allarme criminalità. Esiste ormai una vera e propria mafia che sulla richiesta sempre più ampia di sostanze dopanti sta allargando i propri affari in tutto il mondo.
Non è per caso che è stata istituita la struttura “Doping e criminalità organizzata” all’interno della Direzione Antimafia.

Come succede quando si va a scuola e non si sono studiate le materie giuste o si è commessa qualche grave mancanza, bisogna bocciare.

Sono molte le persone e le istituzioni che vogliono arrivare a questo: a bocciare l’uso del doping e a riportare lo sport in quell’ambito di gioco, di correttezza, di pulizia di cui non si trovano quasi più tracce.

Ma per combatterlo, il doping bisogna prima di tutto conoscerlo, sapere attraverso quali canali arriva agli atleti, capire quali sono i motivi per cui si comincia a usarlo, quali sono le conseguenze del suo utilizzo sul corpo umano e sulla nostra salute.


 

 

 

Il doping e i giovani

 

 

 

In tutte le scuole e fino alla maturità sono previste ore di educazione fisica.
Il gioco e lo sport sono infatti ritenuti importanti per una crescita equilibrata sul piano mentale, culturale, fisico e relazionale.
Imparare a muoversi, a conoscersi, a contribuire al gioco di squadra, ad appassionarsi a una o a più discipline sportive e a praticarle, abituarsi a stare con gli altri in attività piacevoli e divertenti, a socializzare, ad assumersi la responsabilità del risultato, a gareggiare lealmente: questi dovrebbero essere i principi su cui si basa l’insegnamento sportivo.
Non soltanto riuscire a crescere ma anche a maturare insieme ai compagni per saper affrontare la vita adulta.
Oggi sono molti i giovani che svolgono attività sportive extrascolastiche, dai quattro calci al pallone nel campetto di periferia o alla gita domenicale sulla neve, alle squadre che allenano piccoli ciclisti, calciatori, nuotatori o sciatori.
Poter frequentare sport diversi, avere l’opportunità di scegliere quello per il quale ci si sente più adatti è importante per continuare negli anni a svolgere un’attività che offra la possibilità di vivere con entusiasmo il mondo delle competizioni, potendo dare il meglio di sé.
Doversi adattare a uno sport diverso da quello sognato, sentirsi costretti e inadatti di fronte agli altri, può portare a disagi che segneranno la vita adulta in modo negativo e, spesso, può essere una delle cause che portano ad avvicinarsi al doping.

Di doping si parla soltanto quando grandi atleti vengono scoperti positivi ai controlli predisposti durante le manifestazioni sportive di rilievo. Ma il fenomeno è molto più vasto e coinvolge giovani e amatori con numeri impressionanti.

È importante sapere che il doping fa male, che può provocare gravi malattie e la morte e che spesso non servirà per diventare una stella ma soltanto un bravo gregario o uno che passa le stagioni in panchina o ad aspettare una chiamata, ma correndo rischi enormi.
Molte volte i ragazzi che vengono indirizzati all’uso del doping da medici, allenatori, preparatori poco corretti, non hanno neppure, alle spalle, una famiglia che li possa capire e aiutare. Anzi, spesso (e sono molti gli addetti ai lavori che lo sostengono) sono gli stessi genitori che chiedono un ”aiutino” perché il ragazzo non riesce a correre bene in salita, perché non regge i novanta minuti della partita, perché ha delle difficoltà di recupero, perché tende a ingrassare o è troppo minuto.
Il doping ha una soluzione per tutto ma che senso ha?
I problemi che un giovane può incontrare nell’attività sportiva hanno tutti una soluzione naturale.
E delle cause che possono essere dovute:
allo scarso allenamento e all’eccessivo desiderio di arrivare presto a risultati che si possono costruire soltanto con anni di fatica;
all’alimentazione sbagliata;
alla mancanza di predisposizione per lo sport in generale o per lo sport al quale sono stati indirizzati;
alla scarsità di sonno e di riposo.

L’allenamento deve essere continuo, costante, seguito. Spesso vince ancora la logica che lo sport è un’attività secondaria, che se c’è il compito di latino si può saltare l’allenamento. Questo va bene soltanto se lo sport è considerato un’attività ludica, non se si è deciso di farlo seriamente. Un allenamento fatto in modo discontinuo non porta alla costruzione di quel fisico e di quella mentalità che servono per raggiungere risultati.
Viviamo in una società in cui tutti corrono, sono pieni di impegni, di distrazioni e il cibo è spesso precotto, preparato all’ultimo momento, poco curato: nessun atleta può permettersi una dieta disordinata e che non tenga conto del dispendio energetico. Ai ragazzini che tendono a ingrassare bisogna evitare di somministrare cibi grassi, fritti, ma soprattutto non bilanciati. E per tutti, non soltanto quelli che fanno sport, la dieta deve essere corretta, perché gli permetta di crescere senza problemi.
Molti genitori – perché pensano che uno sport sia più economicamente vantaggioso di un altro, perché quello sport lo avrebbero voluto praticare e non hanno potuto, perché sono appassionati di quello sport e non considerano gli altri – spingono i loro figli verso attività sportive che, per struttura fisica o mentale, non sono adatte a loro. Spesso un ragazzino vuole correre in bicicletta, giocare a calcio, fare nuoto, soltanto perché i suoi amici praticano quello sport. Non ne hanno la predisposizione ma almeno si divertono, mantengono le amicizie e rafforzano il loro carattere. Spingerli verso un altro sport non può che portare a insuccessi, frustrazione e, come ultima spiaggia, al doping, per sopperire alle carenze e reggere nel difficile compito di riuscire, a qualunque costo.
Un altro problema importante è quello del riposo: molti ragazzini dormono poco passando parte della notte davanti alla televisione, ai videogiochi o in compagnia di amici e, durante la giornata, hanno troppi impegni (spesso imposti dai genitori) per poter seguire seriamente lo sport e la scuola e dedicare anche spazio ad attività rilassanti.

Di fronte a tutti questi problemi si tenta la soluzione più semplice, meno costosa in termini di sforzo mentale ed educativo (anche se il prezzo finanziario è altissimo): il doping.
Ma c’è un prezzo ancora più alto, che ogni genitore, allenatore, preparatore, medico dovrebbe considerare: il doping farà male, molto o poco ma sicuramente, al giovane a cui lo daranno.

Esistono persone a cui sono affidati atleti molto giovani e che sono privi di ogni scrupolo. Sull’inserto di Repubblica di sabato 13 marzo 2004 leggiamo che due ricercatori del dipartimento di fisiologia della Penn University di Filadelfia sono riusciti a mettere a punto una terapia, basata sull’inserimento di un gene sintetico e per ora testata soltanto sui topi, che aumenta i livelli di IGF-I provocando una crescita muscolare del 35%. Una terapia pensata per andare incontro ai problemi di bambini affetti da distrofia muscolare e anziani che non riescono più ad alzarsi dal letto. Ebbene, nonostante sapesse benissimo che gli esperimenti erano ancora in una fase iniziale e ben lontani dall’essere testati sull’organismo umano, un allenatore di calcio di un liceo (stiamo parlando di un liceo e non di una squadra di serie A e negli Stati Uniti dove il calcio ha pochissima importanza!) ha offerto tutta la sua squadra per sottoporla alla cura.
In un interessante articolo dell’inventore di questa terapia, H. Lee Sweeney, pubblicato da “Le Scienze” nel mese di agosto 2004, vengono illustrati i rischi di questo tipo di manipolazione genetica e l’attenzione che il mondo dello sport ha subito dimostrato verso una tecnica che potrebbe essere applicata non soltanto per gli eccezionali risultati che provocherebbe ma anche perché sarebbe impossibile rilevarla nei controlli antidoping.
Purtroppo continua a essere di assoluta attualità la logica che mira non alla salute e alla correttezza ma soltanto al risultato e al superamento dei controlli.
È da queste persone che bisogna guardarsi: trovare un genitore, un insegnante, un amico a cui confidarsi, a cui esprimere i propri dubbi quando qualche cosa appare strana.
E i genitori devono seguire da vicino i loro piccoli atleti, sperando che siano un giorno campioni ma non tentando di barattare la loro salute o addirittura la loro vita in cambio di un successo che molto raramente arriva.


 

 

 

Un po’ di storia

 

 

 

Il doping e lo sport non sono invenzioni dei nostri giorni

Esistono reperti storici che rappresentano attività sportive risalenti al 3000 a.C. Presso i greci lo sport ebbe una grande importanza e gli atleti erano considerati esseri superiori. Le prime Olimpiadi risalgono al 776 a.C.
Anche presso gli etruschi e i romani lo sport ebbe, anche se in diverse forme e specialità, molta importanza.

Il doping è stato una conseguenza naturale del desiderio di emergere, prima di tutti, sopra a tutti e, dove il fisico e l’allenamento non arrivano, ecco, spesso, il ricorso al doping. Dapprima erano pozioni a base di erbe e semi, di cui nessuno oggi può valutare l’effettiva efficacia. Ma è importante non tralasciare l’aspetto psicologico: quell’euforia e quella capacità di ritenersi imbattibili che può dare anche la più ingenua delle sostanze nel momento in cui viene spacciata come il prodotto fortificante, il rimedio a un naturale timore di fronte ad avversari più abili, più veloci, più bravi.

L’evoluzione dello sport e del doping hanno seguito la storia dell’umanità, con il progresso che nei secoli ha portato a conoscere aspetti della natura, a poter creare sostanze sempre più perfezionate, a cambiare la logica dello sport, a inventare nuove forme con cui esprimersi fisicamente.

Il termine doping non ha un’etimologia certa: c’è chi dice che derivi da un’usanza africana di ingerire sostanze prima di importanti manifestazioni, chi sostiene che derivi dall’inglese “to dope” che vuol dire “drogare”.

Al di là della sua radice, si cominciò a parlare di doping verso la fine del 1800, quando si scoprì che ai cavalli, nelle corse a scommessa, venivano somministrati prodotti a base di oppio, narcotici e tabacco. Il primo atleta morto “ufficialmente” per doping è stato il ciclista Arthur Lindon nel 1866. I primi controlli vennero effettuati nel 1910 grazie a un procedimento che permetteva l’analisi della saliva dei cavalli.

Da allora la corsa tra chi il doping lo produce e lo utilizza e chi lo vuole scoprire per tentare di eliminarlo è diventata continua e, purtroppo, finora ha visto i primi sempre di alcune lunghezze davanti agli altri.

Un importante fattore che ha determinato la nascita e la crescita nella produzione di sostanze dopanti è quello economico. Molti atleti, già nell’antichità, ricevevano ricchi premi in caso di vittoria. Altri si esibivano in gare e combattimenti di fronte a un pubblico pagante e al vincitore venivano assegnati premi più consistenti.

Oggi gli sponsor, le società, i produttori di magliette, sciarpe, cappellini, bandane e mille altri oggetti legati a una squadra o a un campione, hanno interesse che il loro atleta o la loro squadra  siano vincenti perché soltanto così possono rientrare di tutti gli investimenti che hanno fatto per creare campioni.
La lotta tra reti televisive per ottenere i diritti delle grandi competizioni sportive non ha nessun legame con l’interesse per lo sport: l’unico obiettivo è raccogliere i soldi delle pubblicità che verranno trasmesse durante i giochi olimpici, le gare ciclistiche, i campionati di calcio.

Un altro importante fattore che ha determinato la diffusione del doping è la valenza politica delle vittorie: Stati Uniti e Russia hanno per anni combattuto una guerra a colpi di medaglie e di record ma tanti sono stati i Paesi che hanno dato un valore extrasportivo alle vittorie dei loro atleti: le nazionali di calcio dell’Italia fascista e dell’Argentina di Videla sono soltanto alcuni esempi.
Paesi che desiderano farsi conoscere e rivendicare il proprio diritto sulla scena mondiale sulla quale è sempre più importante essere presenti, hanno bisogno di vittorie, di medaglie, di bandiere che sventolano durante le Olimpiadi. E se da soli gli atleti non ce la fanno, spesso è con l’aiuto di un farmacista che i risultati arrivano.

I paesi poveri, i cosiddetti paesi in via di sviluppo, quelli che da qualche anno sono costretti, per ripianare il proprio bilancio, a vendere i loro atleti migliori ai paesi produttori di petrolio, ricchi di denaro ma spesso privi di cultura sportiva (la loro storia è raccontata con attenzione da Emanuela Audisio nel libro Tutti i cerchi del mondo, Mondadori, 2004), rischiano di trovarsi di fronte alla scelta tra scomparire dal medagliere olimpico o ricorrere a trucchi farmaceutici.


 

 

 

Come agisce

 

 

 

Il doping è costituito dall’uso eccessivo o improprio di sostanze chimiche create, in origine, per curare varie patologie, quelle che chiamiamo comunemente medicine.

Esistono tre tipi di somministrazione di un farmaco: l’uso, l’abuso e l’uso improprio.

Quando una persona è ammalata, ricorre a un medico perché gli prescriva un farmaco per farlo guarire. Che sia un’aspirina o uno di quei medicinali destinati ai malati più gravi, se è usato per guarire, si parla di uso proprio.

Esiste poi un uso eccessivo – un abuso – di farmaci: quando, per far guarire una persona più in fretta o perché questa non senta dolore (pensiamo a quegli atleti che sono costretti a gareggiare imbottiti di antidolorifici o di antinfiammatori perché la squadra ha bisogno di loro, perché quel giorno la loro prestazione non può essere sospesa), si usano dosi massicce di farmaci.

Ma c’è anche un uso improprio di farmaci: spesso medicinali destinati a chi soffre di asma sono usati per aumentare la capacità respiratoria o l’Epo per aumentare il numero di globuli rossi nell’organismo.

L’organismo umano è una macchina estremamente complessa (ogni organo ha una funzione ma tutti gli organi sono collegati tra loro) che produce una serie infinita di sostanze che aumentano o diminuiscono a seconda dell’età, dello stato di salute, delle condizioni ambientali, delle attività svolte.
Ma il nostro corpo è anche una macchina pigra: se sostanze che sarebbe in grado di produrre autonomamente vengono immesse dall’esterno, già pronte per essere utilizzate, il nostro organismo smette di produrle, mettendo a rischio tutta quella rete interna di produzione così perfetta ma così delicata.
Gli atleti che assumono steroidi per aumentare il volume e la potenza dei loro muscoli non soltanto bloccano la produzione endogena di queste sostanze ma vanno a sovraccaricare il fisico che non riesce più a rendersi conto di che cosa serve per mantenersi in forma.
Il doping fa questo: vieta al processo metabolico di assumere dai cibi le sostanze, di sintetizzarle e di utilizzarle in modo naturale e non pericoloso.

Le sostanze usate per dopare gli atleti sono normali farmaci prodotti per curare varie patologie.
L’Epo (eritropoietina) è una sostanza destinata a persone in dialisi o comunque con gravi patologie renali: evita che i reni debbano produrre questa sostanza che è alla base della creazione dei globuli rossi, destinati al trasporto di ossigeno ai muscoli e all’aumento della loro potenza. Se usata su un organismo sano aumenta pericolosamente il livello dell’ematocrito (la percentuale di globuli rossi contenuta nel sangue). Durante il processo al professor Francesco Conconi, rettore dell’Università di Ferrara, sono stati resi pubblici i dati dell’ematocrito di alcuni atleti che aveva seguito (tra gli altri Bugno, Di Centa, Fauner): l’ematocrito che, se supera il 50%, è considerato pericoloso perché può provocare gravi problemi fino all’arresto cardiaco, durante le grandi competizioni (Olimpiadi, mondiali) veniva fatto salire, con l’uso dell’Epo, anche al 60%.
Il professor Conconi è stato assolto per decorrenza di termini: l’accusa era infatti di frode sportiva. Se fosse stato accusato di tentato omicidio i termini sarebbero stati più lunghi e il processo avrebbe potuto svolgersi.
L’Epo è il terzo farmaco più venduto al mondo dopo l'aspirina e gli antibiotici e, visto il limitato numero di pazienti che lo usano, si ha la dimensione del suo massiccio utilizzo come dopante.
E oggi c’è anche il CERA (attivatore dei recettori dell’eritropoietina), un’evoluzione dell’Epo: è efficace più a lungo e basta una sola dose al mese ma è pericoloso come l’EPO. I primi esami sono stati effettuati durante il Tour de France del 2008 e sono stati trovati i primi positivi a questa sostanza.

Claude Got, specialista francese di sanità pubblica, ha dichiarato: “La colpa dei politici comincia con il rifiuto di sapere”.
Ed Éric Maitrot, nel suo libro Les scandales du sport contaminé (Flammarion, 2003), dice che “la lotta antidoping non è efficace semplicemente perché la maggioranza dei protagonisti dello sport-business non vuole che lo sia”. Il suo libro è un duro atto di accusa verso tutto ciò che provoca questa situazione: dai laboratori privati che speculano sull’antidoping anziché fare vere ricerche, ai test che non sono in grado di trovare le sostanze dopanti.
Jean-Pierre de Mondenard, anziano medico francese che si è fortemente dedicato alla lotta antidoping, sottolinea che “quando i responsabili della commissione antidoping del CIO dicono che è possibile trovare il 98% dei prodotti dopanti, dimentica che il 90% degli atleti usa il 2% dei prodotti che non è possibile trovare”.
Il professor Mauro Salizzoni, in un’intervista rilasciata a “Repubblica” e pubblicata il 24 novembre 2006, dichiara di essersi dimesso dalla Commissione di vigilanza sul doping perché “in realtà la commissione non decide nulla. Non possiamo fare controlli seri perché tra lacci, regolamenti e obblighi legali finiamo per essere ridotti a controllare soltanto i ragazzini delle medie. E poi spendiamo soldi per la cosiddetta ricerca rivolta in gran parte a progetti che non hanno nessun risvolto pratico nella lotta al doping”.

L’Epo è rilevabile dalle analisi soltanto da pochissimo tempo, prima gli atleti venivano fermati ma soltanto per l'ematocrito troppo alto, senza che se ne potesse scoprire la reale causa..
Ancora oggi, invece, non è rilevabile dall'antidoping il Gh, l’ormone della crescita, una sostanza che il nostro organismo produce normalmente e che è sintetizzato in laboratorio e somministrato per curare soggetti affetti da nanismo. Viene, invece, utilizzata per aumentare la massa muscolare magra e diminuire la massa grassa, rendendo più potenti i muscoli ma con notevoli e pericolose conseguenze sull’organismo.
Entrambe le sostanze, tra le più diffuse e tra le più pericolose.

Le uniche sostanze finora scoperte e sintetizzate senza scopi farmacologici ma soltanto dopanti sono il Thg, uno steroide derivato dal gestrinone e il Dmt, desoxy-methyl-testosterone. Molti atleti le hanno usate senza che fosse possibile rilevarle all’antidoping. Dalla fine del 2003 per Thg e dal 2005 per il Dmt, gli esami li possono rintracciare e chi le ha usate può essere fermato. Il venticinquenne inglese Dwain Chambers, campione d'Europa dei 100 m, è stato il primo sportivo trovato positivo al Thg ed è stato squalificato per due anni.
Il Thg è prodotto dalla Balco (Bay Area Laboratory Co-Operative) di San Francisco, è la nuova frontiera del doping, il prodotto creato con il solo scopo di dopare, di far vincere. Alla Balco collaborava Milos Sarcev, bodybuilder e allenatore, uno che il doping lo ha conosciuto volontariamente sulla sua pelle, che sogna di andare un giorno davanti al Comitato olimpico internazionale per dire: “Prendo droghe. E allora?” perché secondo lui il dilagare del fenomeno è da addebitare soprattutto alla scarsità dei controlli, a una volontà di non vedere o di vedere molto poco, perché altrimenti il mondo dello sport ne uscirebbe irrimediabilmente distrutto.


 

 

 

Morti sospette

 

 

 

Ogni sport ha il suo doping. Ci sono sport di resistenza, di potenza, di abilità, di concentrazione, ci sono attività di breve durata come il salto in alto e di lunga come le tappe di un giro ciclistico. Per ogni disciplina sportiva sono stati inventati i modi per creare quei superatleti che entusiasmano il pubblico, che riescono a stabilire nuovi record, che vincono tappe, coppe, medaglie ma dietro ai quali spesso c’è qualche cosa che non è soltanto frutto di allenamento, giusta alimentazione, massaggi e riposo ma anche della pratica del doping.

Poi, questi atleti, spesso si ammalano, muoiono, in un’età anche molto giovane e i sospetti sui farmaci usati sono molti ma spesso talmente ben celati che sospetti rimangono.

Il magistrato torinese Raffaele Guariniello da anni sta cercando di capire quali siano le cause delle morti di calciatori come Gianluca Signorini, Andrea Fortunato, Nello Saltutti, Bruno Beatrice. Negli ultimi anni sono morti altri calciatori: David Di Tommaso, Mohamed Abdelwaziab, Chaswe Nsofwa e Antonio Puerta, i rugbisti Simone Franchini e Nicolas Gomez Cora, il nuotatore Tekeiro Miyajima, il cestista Jason Collier, l’hocheista Darcy Robinson, il maratoneta Ryan Shay spesso senza che siano state chiarite le cause della loro morte. In molti si chiedono perché tanti ciclisti giovani e giovanissimi (negli ultimi anni Johan Sermon, Marco Ceriani, Fabrice Salanson, Denis Zanette, Marco Pantani, Alessio Galletti, Ubaldo Mesa, Arno Wallaard, Julen Goikoetxea, Daniel Bonnet, Ryan Cox, Valentino Fois) siano morti: di che cosa e per che cosa sono morti? Forse non è stato il doping a ucciderli ma restano tanti dubbi.

Erwann Mentheour ha raccontato la sua breve carriera ciclistica, interrotta di fronte a quel doping che ha poi raccontato in un libro-confessione (Il mio doping, Baldini&Castaldi 1999).
Renzo Bardelli, da anni impegnato nella battaglia contro il doping, in Generazione Epo (Edifir 2004) denuncia i casi di doping tra gli atleti più giovani.
Willy Voet - il massaggiatore della squadra ciclistica Festina, arrestato alla vigilia del Tour de France 1998 - e i giornalisti Pierre Ballestrer e David Walsh hanno raccontato i retroscena delle vittorie di campioni come Richard Virenque (Massacro alla catena, Bradipolibri 2002) e di Lance Armstrong (L.A.Confidential, La Martinière 2004).
Lo scrittore Fabrizio Calzia e il giornalista Massimiliano Castellani hanno analizzato e descritto le morti sospette nel calcio italiano (Palla Avvelenata, Bradipolibri 2003).
Il ciclista francese Jérôme Chiotti, autore del libro De mon plein gré (Calmann-Lévy 2001), e il portiere della nazionale tedesca Toni Schumacher sono stati tra i pochissimi atleti che hanno avuto il coraggio di denunciare, quando erano ancora in attività, le pratiche dopanti a cui erano stati sottoposti ma sono stati molti gli atleti che, a fine carriera, hanno rilasciato interviste, scritto libri, svelato i misteri di una forma smagliante del tutto artificiale.
Il caso di Filippo Simeoni, che ha denunciato di essere stato minacciato, durante il Tour de France 2004, da Lance Armstrong e da altri corridori della U.S.Postal per aver testimoniato nel processo al medico Michele Ferrari, è un segno di quale potere abbia assunto il risultato finale in confronto all’etica sportiva.
Mauro Barletta ricostruisce e analizza il processo Juventus svoltosi al tribunale di Torino (Il calcio in farmacia, Lindau 2005)
Juan M. Botella, nel volume El derecho a la fatiga (2005) denuncia le strane morti di giovani atleti e gli impressionanti e sospetti record raggiunti nelle gare di atletica di fondo e mezzofondo dopo il 1995, anno in cui si è cominciato a praticare il doping ematico nell'atletica leggera.


 

 

 

Le conseguenze

 

 

 

Gli atleti sono giovani, sono sani. Eppure sono tra le persone che assumono più farmaci. Durante il processo alla Juventus, condotto dal magistrato torinese Raffaele Guariniello, si è scoperto che nella farmacia della squadra bianconera erano contenuti medicinali di ogni tipo, alcuni destinati soltanto a patologie gravissime e altamente invalidanti. Erano lì per un gruppo di giovanotti che dovrebbero scoppiare di salute, giovani e supercontrollati da un’équipe di medici specializzati. Il processo si è concluso, anche questa volta, con un'assoluzione per decorrenza dei termini.
Ma sono state molte le squadre di calcio che, in questi anni, hanno dovuto affrontare processi per detenzione di farmaci non giustificati. Tra le altre Torino ed Empoli.

Questi farmaci vengono usati per superare problemi di preparazione, di recupero, per accelerare guarigioni in modo affrettato di fronte a un calendario sempre più pieno di impegni (e non soltanto sportivi: ci sono gli sponsor che pretendono la presenza degli atleti a incontri, inaugurazioni, feste), per cambiare la struttura fisica degli atleti.

I farmaci usati come doping creano alcuni grandi problemi.
Uno è dato dal numero elevato di prodotti somministrati contemporaneamente: se gli esperti sostengono che al di là di tre farmaci usati insieme non è possibile valutare quali possano essere le conseguenze, immaginiamo quale situazione possa venire a crearsi in caso di molti più prodotti: è infatti normale che, oltre ai farmaci effettivamente usati per dopare, siano somministrati anche epatoprotettivi, diuretici e farmaci mascheranti, quelli cioè che devono servire perché il doping non sia rilevato nei controlli e per riparare i danni che il doping ha provocato all’organismo. La regola, spesso, è quella che non è importante essere puliti ma risultare puliti ai controlli antidoping. Inoltre, molti di questi farmaci hanno conseguenze non volute e spesso gravi: l’uso degli steroidi provoca presto depressioni che richiedono un consumo di stimolanti come le anfetamine.
Bruno Roussel, per anni patron della Festina, la squadra espulsa per doping al Tour de France 1998, nel processo seguito all’arresto di Willy Voet, massaggiatore della squadra, dice che ha visto i corridori prendere una decina di capsule diverse al mattino, che li ha visti partire per le gare con flaconi contenenti pastiglie di ogni tipo, che li ha visti alla sera sottoporsi a serie di flebo.

Un altro problema è quello del costo: se i grandi gruppi e le squadre più famose possono permettersi di acquistare prodotti molto cari e di pagare medici per il controllo della salute dei loro atleti, le piccole squadre e i piccoli gruppi si affidano spesso a “stregoni”, a persone senza scrupoli e a cocktail di sostanze di dubbia efficacia, aumentando il rischio per gli atleti.
Bisogna anche considerare che tutti gli studi condotti sui farmaci tendono a valutare la loro efficacia su organismi malati. Nessuno pensa di studiare il loro effetto su un organismo sano e che non necessita di cure di alcun tipo. I risultati non sono, quindi, neanche immaginabili.

Le conseguenze dell’uso del doping sono dovute all’introduzione di sostanze che provocano nell’organismo un accumulo, un’alterazione di valori, l’insorgere di patologie dovute all’anomalo funzionamento di organi e ghiandole.

Il doping, quindi, fa ammalare le persone sane. In cambio di una vittoria, di una medaglia, di soldi, di notorietà, vale la pena rinunciare alla salute e, a volte, alla vita?

Inoltre, il doping porta molto spesso dalla farmacodipendenza alla tossicodipendenza: uno studio francese (citato dal giornalista di Repubblica Eugenio Capodacqua, direttore del sito www.sportpro.it e attento osservatore da decenni del problema doping) rivela come il 45% degli ex atleti sia diventato tossicodipendente. Non è un caso che sportivi di prima importanza siano diventati vittime della droga.


 

 

 

Perché il doping

 

 

 

I motivi che portano all’uso di farmaci dopanti sono molti e di diverso genere.

Sicuramente molti sono gli atleti che fidandosi di chi li segue (medici, allenatori, preparatori) non si chiedono che cosa sono le pastiglie, le flebo, i liquidi che gli vengono somministrati. Ma sempre più si parla di doping e diventa sempre più difficile pensare che gli atleti non sappiano o, almeno, non sospettino.
Le prestazioni richieste per raggiungere il livello superiore (passaggi di categoria, di livello) sono talmente alte che un giovane si trova spesso di fronte a un bivio: doping o rinuncia totale a proseguire.
A livelli più alti il doping può essere determinato dal desiderio di vittorie importanti o, per i singoli atleti, dal desiderio di passare a squadre più prestigiose.
Spesso gli atleti ricorrono al doping in periodi di difficoltà, quando l’allenamento, i massaggi, l’alimentazione non sono più sufficienti e davanti a loro ci sono importanti appuntamenti. Il doping è un modo per farcela lo stesso, per obbligare il loro organismo a dare di più. Ma tutto questo prima o poi si paga, con crolli improvvisi, malattie, fratture che provocano ritiri imprevisti e anticipati.
Il doping è anche l’ultima chance di atleti che non riescono ad accettare di invecchiare, di non essere più competitivi, di veder avvicinarsi il momento del ritiro.

Spesso il doping viene giustificato dall’eccessivo carico di lavoro a cui gli atleti sono sottoposti: Ivano Fanini ha recentemente dichiarato che soltanto con il doping un ciclista può sopportare tre settimane di Tour de France ma Jacques Goddet, che fu direttore del Tour dal 1947 al 1987, fece notare, anni fa, che “ci si dopa tanto per fare 3500 chilometri che per correre i 100 metri in nove secondi”.
Non è soltanto la quantità dell’impegno o degli impegni a creare la necessità del doping ma un insieme di fattori che si incrociano, si sommano e distruggono chi in questo meccanismo, spesso ingenuamente e in giovane età, si è lasciato coinvolgere.

Ecco perché le regole per la lotta al doping assomigliano a quelle della lotta alla droga: la necessità di prevenzione, cura, riduzione del danno e repressione soltanto se combinate possono dare risultati. Spesso ognuno di questi fattori viaggia in ambiti separati, in misure diverse e i risultati sono scarsi e scoraggianti.


 

 

 

La lotta al doping

 

 

 

Nel lavoro di prevenzione che vede spesso impegnate persone che a vario titolo credono in questo lavoro, ci si trova di fronte all’accusa di caccia alle streghe lanciata proprio dai responsabili delle squadre, delle federazioni: quante volte abbiamo sentito alti dirigenti dichiarare che i propri iscritti sono puliti, che sono tutti gli altri che si dopano e che, soprattutto, sono quelli dell’antidoping che vogliono screditare i dirigenti, lo sport, gli atleti?

Il lavoro di cura non può essere disgiunto da quello della riduzione del danno: se gli atleti continuano a doparsi non li si può abbandonare a se stessi, sono necessarie misure perché il loro fisico e il loro morale non tracolli, perché trovino l’energia per poter superare il doping, perché non muoiano. Bisogna trovare il modo per curarli, senza negare, proponendo rimedi ma senza abbandonarli. Spesso dopo grandi manifestazioni gli atleti, che sono stati dopati in modo molto consistente, non vengono seguiti in un processo di disintossicazione (la denuncia è contenuta anche in un’intervista rilasciata da Toni Schumacher, portiere della nazionale tedesca ai Mondiali del 1986 in Messico dove, oltre agli altri prodotti, i calciatori avevano dovuto assumere sostanze proibite che li aiutassero a superare i problemi dell’altitudine).

Ma è altrettanto importante la repressione: tutte le squadre importanti hanno quella disponibilità economica che permette non soltanto di rifornirsi dei migliori prodotti ma anche dei migliori avvocati, pagati non per far emergere una verità che permetta alla giustizia sportiva e ordinaria di fare il proprio lavoro ma per coprire, far annullare sentenze che penalizzerebbero un lavoro che grazie al doping può vantare vittorie e trofei.


 

 

 

Doping al femminile

 

 

 

Un settore quasi completamente dimenticato, almeno finora, è quello dello sport femminile: quando si parla di doping, libri, riviste, siti Internet scrivono di un doping che, al di là di sembrare unisex, è in realtà completamente maschile. Esami, studi, preoccupazioni sono a senso (sesso) unico e i prodotti usati sono molto spesso gli stessi, nonostante il fisico femminile sia molto diverso da quello maschile e abbia caratteristiche proprie.
Uno scheletro più minuto regge sicuramente in modo diverso e su di esso sono più pericolose le conseguenze di un sovraccarico di muscolatura. Inoltre, l’organismo femminile ha un avvicendarsi di fasi ormonali che lo coinvolgono proprio negli anni in cui una donna svolge l’attività sportiva. Influire con sostanze estranee su un ciclo naturale può creare problemi serissimi.

Nel sito Internet www.clicmedicina.it (uno dei pochi che affrontano il problema), la professoressa Rosa Maria Muroni, medico psicologo e psicoterapeuta, afferma: “La donna atleta, proprio per le sue peculiari differenze organiche e psichiche, sembra maggiormente risentire di ogni esasperazione tecnicistica. Infatti, si ha spesso la tendenza a paragonare le sue prestazioni a quelle maschili, esasperando gli obiettivi sportivi.
“Ma l’organismo femminile possiede caratteristiche di forme e di sviluppo chiaramente distinte da quelle maschili: la  struttura generale della donna, ad esempio, presenta uno  scheletro più delicato, con articolazioni e tendini proporzionati a sforzi poco intensi, con inserzioni e relative creste ossee... meno robuste, con masse muscolari meno sviluppate di quelle maschili e le cui fibre sono maggiormente frammiste a tessuto adiposo. Non tenere conto di queste differenze vuol dire provocare traumi e patologie di competenza non solo ortopedica (fratture, lussazioni, degenerazioni artrosiche e lesioni muscolari), ma anche estetiche (esagerata e/o disarmonica muscolazione, deturpamenti da vari interventi di chirurgia ortopedica).

“Grande importanza ha naturalmente, l’influenza del ciclo mestruale sulla capacità fisica dell’atleta donna. Da qui problemi di ordine ginecologico con amenorrea e dismenorrea secondaria, sospensione volontaria del ciclo mestruale neuroendocrinologico e nutrizionale […]
“Un aspetto del tutto particolare riguarda gli adattamenti neuroendocrini e metabolici della donna: l’esercizio fisico comporta complesse reazioni acute, adattamenti di tutto il sistema endocrino; queste alterazioni riguardano non solo il surrene, ma anche la tiroide, l’ipofisi ed il pancreas.
“Su queste conoscenze e soprattutto su quelle specifiche del ruolo che gli ormoni androgeni svolgono nella sintesi delle proteine muscolari e quindi l’importanza che riveste l’intervento di tali ormoni per la genesi delle ipertrofie muscolari da lavoro, si basa il problema del doping che, naturalmente, non investe solo il campo medico, ma anche quello etico e morale”.

Le donne, dalle ragazzine alle professioniste, sono sempre più numerose nelle attività sportive, dalle palestre scolastiche ai podi olimpici ed è veramente importante cominciare ad affrontare questi temi, per una tutela della loro salute e per una migliore qualità della loro vita, non soltanto nell’attività sportiva ma generale.


 

 

 

Riflettiamo

 

 

 

Fermiamoci un attimo a pensare.

Se tutti si dopano, a parità di categoria, è come se nessuno si dopasse.
Allora perché continuare ad avvelenare tanti giovani?
Purtroppo nessuno ha più il coraggio di dire: "Adesso basta, noi giochiamo puliti", perché i risultati andrebbero agli altri.
Molti giovani guardano ai grandi campioni come modelli e li imitano non soltanto nell’aspetto esteriore, nei vezzi ma anche negli aspetti più negativi. E chi è riuscito a dimostrare che con il doping si vince attira in questo mondo schiere di tifosi e di appassionati.

L’obiettivo principale non può che essere quello di una competizione i cui risultati rispecchino l’effettivo valore degli atleti e il diritto alla salute, soprattutto di chi comincia, di chi è ancora totalmente nelle mani di persone adulte in cui ripone fiducia.

Il doping provoca gravi danni ai nostri organi, fegato e cuore prima di tutti. Il doping ha ucciso molti atleti. Il doping è dilagato in tutto lo sport, anche nelle categorie più sconosciute, anche tra gli amatori, anche tra i più piccoli.

Bisogna riuscire a ridare allo sport il suo senso di gioco e di sfida leale, bisogna creare nuovi modelli a cui si possa fare riferimento ma che al contempo non siano l’immagine della sconfitta.

Uno sport pulito e leale deve diventare un’immagine vincente.


 

 

Principali sostanze dopanti

 

Anfetamine
Scoperte nel 1930, in vendita dal 1946, utilizzo sportivo dal 1936, vietate dal Cio dal 1968
Sostanze sintetiche neurostimolanti che agiscono sul sistema nervoso centrale. Aumentano notevolmente la tonicità, la concentrazione, la reattività e la combattività.

Betabloccanti
Scoperti nel 1958, in vendita dal 1967, utilizzo sportivo dal 1978, vietati dal Cio dal 1985
Sostanze di sintesi che bloccano la funzione beta del sistema nervoso simpatico e permettono di ridurre tachicardia e tremori dovuti all’emozione.

Betastimolanti
Scoperti nel 1959, in vendita dal 1966, utilizzo sportivo dal 1978, vietati dal Cio dal 1978
Sostanze con effetti broncodilatatori che permettono una respirazione migliore durante lo sforzo grazie alla dilatazione dei bronchi. Provocano euforia e hanno effetti anabolizzanti al di là di una certa soglia. Autorizzati per inalazione dietro prescrizione medica e fino a una certa soglia.

Cocaina
Scoperta nel 1855, in vendita dal 1870, utilizzo sportivo dal 1863, vietata dal Cio dal 1971
Sostanza stupefacente con azione sedativa, narcotica ed euforizzante. Migliora notevolmente la concentrazione, la reattività e la combattività.

Corticoidi
Scoperti nel 1936, in vendita dal 1950, utilizzo sportivo dal 1960, vietati dal Cio dal 1987
Derivati sintetici del cortisone, possiedono effetti euforizzanti, antifatica e antinfiammatori. Possono essere autorizzati in certe forme e con notificazione medica.

EPO o Eritopoietina
Scoperta nel 1950, in vendita dal 1989, utilizzo sportivo dal 1987, vietata dal Cio dal 1990
Ormone secreto dai reni con la funzione principale di stimolare la produzione di globuli rossi. Nella forma sintetica l’EPO permette di migliorare il trasporto di ossigeno verso i tessuti e possiede un effetto psicostimolante.

Ormone della crescita
Scoperto nel 1944, in vendita dal 1951, utilizzo sportivo dal 1980, vietato dal Cio dal 1989
Ormone prodotto dall’ipofisi. In forma sintetica permette di stimolare la sintesi della massa muscolare e dei tessuti. Favorisce la formazione di globuli rossi, aumenta la volontà e l’aggressività e riduce la sensazione di fatica.

Steroidi anabolizzanti
Scoperti nel 1940, in vendita dal 1959, utilizzo sportivo dal 1954, vietati dal Cio dal 1974
A base di ormoni naturali o di sintesi, favoriscono lo sviluppo muscolare, il recupero degli sforzi psichici, hanno azione psicotonica, aumentano l’aggressività e la produzione di globuli rossi.

Fonte: Éric Maitrot Les scandales du sport contaminé Flammarion 2003

 

 

 

 


Bibliografia

 

Erwann Mentheour Il mio doping, Baldini&Castaldi 1999
Willy Voet Massacre à la chaîne Calmann-Lévy 1999 (traduzione italiana: Willy Voet Massacro alla catena Bradipolibri 2001)
Stéphane Caristan – Nicolas Bouiges L’athlétisme français – Secrets de famille Plon 2001
Jérôme Chiotti De mon plein gré Calmann-Lévy 2001
Éric Maitrot L'histoire secrète des bleus Flammarion 2002
F. Calzia – M. Castellani Palla Avvelenata Bradipolibri 2003
Jean-Paul Escande Des cobayes, des médailles, des ministres Max Milo Editions 2003
Éric Maitrot Les scandales du sport contaminé Flammarion 2003
Emanuela Audisio Tutti i cerchi del mondo Mondadori, 2004
Renzo Bardelli Generazione Epo Edifir 2004
D. Walsh e P. Ballester L.A.Confidential La Martinière 2004
Juan M. Botella El derecho a la fatiga 2005
Raffaella Ferrero Camoletto Oltre il limite  Il Mulino 2005
Mauro Barletta Il calcio in farmacia Lindau 2005
Ludovico Perricone SLA – Il dramma e la speranza 2006
Giuseppe d’Onofrio Buon sangue non mente Minimum fax 2006

 

 

 

Siti Internet

 

www.sportpro.it

Ritorna a pedalando


www.clicmedicina.it

Stampa questa pagina